di Luisa BOVE
Redazione

Aveva 29 anni Berta Callejas quando è arrivata a Milano, lasciandosi alle spalle una «situazione disperata», come dice lei. Intanto restavano in Salvador la madre insieme ai suoi tre figli di 4, 8 e 10 anni. «Prima di partire – ricorda – pregavo il Signore e dicevo: “Non so a che cosa andrò incontro, non sono mai uscita dal mio Paese, aiutami, non lasciarmi mai sola…”». Accolta in casa da una cugina già immigrata, la donna si è data subito da fare per trovare lavoro. Nel suo Paese aveva frequentato un corso di infermiera e aveva lavorato in ospedale, ma qui si è adattata a fare un po’ di tutto: baby-sitter, badante, cameriera… A Milano ha pure seguito un corso per operatore socio-sanitario «con l’intenzione di cambiare lavoro, mi avevano anche offerto un posto in una casa di cura». Ma l’esperienza di tirocinio molto negativa e l’esigenza dei turni l’ha scoraggiata e ha rinunciato. Una volta sistemata, con i documenti in regola, una casa e un lavoro, Berta ha fatto il ricongiungimento dei figli.

E ora cosa fa?
Lavoro presso una signora: avevo iniziato ad assistere il marito molto malato e ad aiutare la famiglia, composta dai genitori e un figlio. Poi l’anno scorso lui è morto e io ho continuato a lavorare in casa. Era più facile arrivare in Italia 20 anni fa, con la legge Martelli, adesso è tutto più complicato, invece di migliorare la situazione è peggiorata. A volte la gente non ci sopporta, lo si capisce dagli sguardi e dai gesti, che spesso dicono più delle parole. Un giorno mi sono seduta in metropolitana e una signora accanto a me ha iniziato a darmi gomitate, si vede che la mia presenza la infastidiva. Allora mi sono alzata e ho lasciato il posto. Sono situazioni che fanno stare malissimo, ma noi abbiamo una forza interiore e una fede profonda. In certi momenti invece di lasciarci prendere dalla rabbia, recitiamo una preghiera, facciamo finta di niente ed evitiamo di discutere.

Il 3 ottobre ha partecipato in Duomo al Pellegrinaggio regionale mariano dei migranti. Che cosa l’ha colpita delle parole del cardinale Tettamanzi?
La frase sui bambini che, pur essendo nati qui, non sono considerati italiani. Io ora ho 50 anni, sono mamma e ormai anche nonna, ma avendo vissuto metà della mia vita in Salvador ho là le mie radici e vorrei tornarci. Invece i miei figli lavorano qui, amano l’Italia e nel mio Paese vanno solo in vacanza. Si sono adattati alla vita di Milano e vivono secondo i valori che noi abbiamo trasmesso loro, la nostra cultura, le nostre tradizioni. I miei nipoti di 13, 10 e 9 anni che sono la terza generazione, chiedono: “Perché non siamo italiani e veniamo etichettati?”. Ho visto sui loro volti la sofferenza.

L’Arcivescovo vi ha anche detto: «Non lasciate che l’illegalità germogli dentro le vostre comunità etniche»…
Le leggi e le regole, i doveri e i diritti vanno rispettati da entrambe le parti. L’Arcivescovo ha perfettamente ragione e le sue parole vanno condivise. Il cardinale Tettamanzi è uomo di Chiesa e parla a nome di Dio con forza e verità, il coraggio gli viene dal Signore. È l’unica voce che risuona ancora a Milano. A volte mi pare che ci sia più conflitto che vera politica in città: non eravamo mai arrivati a questo livello e in tutti gli ambiti.

Eppure voi «non siete una minaccia, ma una risorsa», ha ricordato ancora l’Arcivescovo…
Siamo una risorsa perché veniamo qui a lavorare. Ma a volte gli italiani ci considerano solo forza-lavoro e non vedono in noi anche l’essere umano, la persona. C’è chi dice che veniamo a rubarvi il lavoro, invece accettiamo mestieri che gli italiani non vogliono più fare. Noi siamo una risorsa anche dal punto di vista cristiano: io stessa sono impegnata nella chiesa di S. Stefano per la catechesi e il coro. Una volta al mese frequento anche S. Croce e nei giorni scorsi il sacerdote ci ha detto: «Voi siete importanti, voi ci portate la vostra ricchezza». Sono parole incoraggianti, che ci trasmettono una forza interiore e ci fanno affrontare qualunque situazione. Però non basta parlare, occorrono anche i fatti. Aveva 29 anni Berta Callejas quando è arrivata a Milano, lasciandosi alle spalle una «situazione disperata», come dice lei. Intanto restavano in Salvador la madre insieme ai suoi tre figli di 4, 8 e 10 anni. «Prima di partire – ricorda – pregavo il Signore e dicevo: “Non so a che cosa andrò incontro, non sono mai uscita dal mio Paese, aiutami, non lasciarmi mai sola…”». Accolta in casa da una cugina già immigrata, la donna si è data subito da fare per trovare lavoro. Nel suo Paese aveva frequentato un corso di infermiera e aveva lavorato in ospedale, ma qui si è adattata a fare un po’ di tutto: baby-sitter, badante, cameriera… A Milano ha pure seguito un corso per operatore socio-sanitario «con l’intenzione di cambiare lavoro, mi avevano anche offerto un posto in una casa di cura». Ma l’esperienza di tirocinio molto negativa e l’esigenza dei turni l’ha scoraggiata e ha rinunciato. Una volta sistemata, con i documenti in regola, una casa e un lavoro, Berta ha fatto il ricongiungimento dei figli.E ora cosa fa?Lavoro presso una signora: avevo iniziato ad assistere il marito molto malato e ad aiutare la famiglia, composta dai genitori e un figlio. Poi l’anno scorso lui è morto e io ho continuato a lavorare in casa. Era più facile arrivare in Italia 20 anni fa, con la legge Martelli, adesso è tutto più complicato, invece di migliorare la situazione è peggiorata. A volte la gente non ci sopporta, lo si capisce dagli sguardi e dai gesti, che spesso dicono più delle parole. Un giorno mi sono seduta in metropolitana e una signora accanto a me ha iniziato a darmi gomitate, si vede che la mia presenza la infastidiva. Allora mi sono alzata e ho lasciato il posto. Sono situazioni che fanno stare malissimo, ma noi abbiamo una forza interiore e una fede profonda. In certi momenti invece di lasciarci prendere dalla rabbia, recitiamo una preghiera, facciamo finta di niente ed evitiamo di discutere.Il 3 ottobre ha partecipato in Duomo al Pellegrinaggio regionale mariano dei migranti. Che cosa l’ha colpita delle parole del cardinale Tettamanzi?La frase sui bambini che, pur essendo nati qui, non sono considerati italiani. Io ora ho 50 anni, sono mamma e ormai anche nonna, ma avendo vissuto metà della mia vita in Salvador ho là le mie radici e vorrei tornarci. Invece i miei figli lavorano qui, amano l’Italia e nel mio Paese vanno solo in vacanza. Si sono adattati alla vita di Milano e vivono secondo i valori che noi abbiamo trasmesso loro, la nostra cultura, le nostre tradizioni. I miei nipoti di 13, 10 e 9 anni che sono la terza generazione, chiedono: “Perché non siamo italiani e veniamo etichettati?”. Ho visto sui loro volti la sofferenza.L’Arcivescovo vi ha anche detto: «Non lasciate che l’illegalità germogli dentro le vostre comunità etniche»…Le leggi e le regole, i doveri e i diritti vanno rispettati da entrambe le parti. L’Arcivescovo ha perfettamente ragione e le sue parole vanno condivise. Il cardinale Tettamanzi è uomo di Chiesa e parla a nome di Dio con forza e verità, il coraggio gli viene dal Signore. È l’unica voce che risuona ancora a Milano. A volte mi pare che ci sia più conflitto che vera politica in città: non eravamo mai arrivati a questo livello e in tutti gli ambiti.Eppure voi «non siete una minaccia, ma una risorsa», ha ricordato ancora l’Arcivescovo…Siamo una risorsa perché veniamo qui a lavorare. Ma a volte gli italiani ci considerano solo forza-lavoro e non vedono in noi anche l’essere umano, la persona. C’è chi dice che veniamo a rubarvi il lavoro, invece accettiamo mestieri che gli italiani non vogliono più fare. Noi siamo una risorsa anche dal punto di vista cristiano: io stessa sono impegnata nella chiesa di S. Stefano per la catechesi e il coro. Una volta al mese frequento anche S. Croce e nei giorni scorsi il sacerdote ci ha detto: «Voi siete importanti, voi ci portate la vostra ricchezza». Sono parole incoraggianti, che ci trasmettono una forza interiore e ci fanno affrontare qualunque situazione. Però non basta parlare, occorrono anche i fatti.

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