di Luca FRIGERIO
Redazione

«Eppur si muove…». L’affermazione galileiana, insospettabilmente, può adattarsi anche alla Madonnina che, scopriamo sul tetto del Duomo, per effetto delle escursioni termiche oscilla da una parte all’altra nei diversi momenti della giornata e nei vari periodi dell’anno (anche se per pochi millimetri soltanto, per carità!), come registrato da uno storico macchinario posto all’interno stesso della Guglia maggiore: una sorta di “filo a piombo”, oggi modernizzato con led e laser…
In cima alla cattedrale i lavori fervono come non mai. Tra i santi delle guglie e gli angeli dei pinnacoli si muovono, pressoché invisibili, gli operai e i tecnici della Veneranda Fabbrica che stanno allestendo il grande ponteggio che presto abbraccerà l’intera Guglia maggiore. Un gigantesco “ragno” con otto zampe d’acciaio ancorate alla terrazza più alta, i cui elementi sono stati appositamente realizzati per questo cantiere, per molti aspetti davvero straordinario: per l’altezza, innanzitutto, ma anche per la vastità e, paradossalmente, la delicatezza dell’impresa. Si tratta, infatti, di intervenire sulla base stessa della Madonnina, simbolo della città, patrona di un popolo.
«No, la Guglia non rischia di crollare…», ci rassicura il direttore della Veneranda Fabbrica, l’ingegnere Benigno Mörlin Visconti Castiglione, accompagnandoci in questo sopralluogo «in quota». «Da un punto di vista statico, infatti, non ci sono problemi particolari, anche perché, in tal senso, la Guglia maggiore è già stata oggetto in passato di due importanti interventi, a metà dell’800 e alla fine degli anni ’60 del secolo scorso. E tuttavia…». Tuttavia l’architetto del Duomo raccoglie da terra una grossa scheggia di marmo, larga almeno mezzo metro, che si è staccata da un’arcata che sovrasta le nostre teste: una visione piuttosto impressionante. «Ecco, il degrado riguarda soprattutto le superfici marmoree dell’apparato decorativo. C’è infatti il rischio concreto di cadute e di distacchi, e quindi questo intervento non era più rimandabile».
Vari decori in rilievo, soprattutto i più esposti, sono purtroppo molto rovinati. Alcune figure sono ormai irriconoscibili, i volti di diversi personaggi cancellati. Colpa dell’inquinamento, certo, che in questi ultimi cinquant’anni si è accanito sul candore del marmo di Candoglia della cattedrale. Ma colpa anche degli agenti atmosferici: il vento soprattutto, che a questa altezza, un centinaio di metri, causa una sorta di «scartavetratura» delle superfici; ma anche gli sbalzi termici, che a lungo andare creano crepe e fessurazioni, in particolare là dove sono inserite delle vecchie zanche di ferro, magari arrugginite… In questi casi, l’unica soluzione è quella di sostituire le parti ammalorate e irrecuperabili. «Per questo – spiega ancora l’ingegnere Mörlin – ci serviamo di personale specializzato che, nei nostri laboratori, usando il marmo delle nostre cave, realizza delle copie esatte che poi ricollocheremo al loro posto». Ma i pezzi originali, per quanto rovinati, non andranno perduti: una volta inventariati, infatti, saranno custoditi in una sorta di archivio «di pietra» della cattedrale.
Saliti gli ultimi gradini, ormai ai piedi della Madonnina, la metropoli si distende sotto il nostro sguardo in un orizzonte vastissimo, che arriva a lambire anche la catena delle montagne sullo sfondo. Da quassù, tuttavia, emerge ancora più evidente la situazione di «cantiere perenne» della cattedrale. Insomma, sbottiamo, è proprio impossibile vedere il Duomo senza ponteggi… «Guardi, noi oggi dovremmo iniziarne una decina di cantieri, tante sono le cose da fare», spiega pazientemente l’ingegner Mörlin. «Del resto bisogna rendersi conto che il Duomo è un monumento vivo, che ancor oggi, a distanza di oltre sei secoli dalla sua nascita, è utilizzato per lo scopo per cui è nato, con celebrazioni quotidiane e un flusso incessante di fedeli e di visitatori. In qualche modo, davvero la cattedrale non è ancora finita, ma continua a vivere, e ad evolversi, con la sua comunità». E sulle antiche guglie saliranno ancora nuovi santi. «Eppur si muove…». L’affermazione galileiana, insospettabilmente, può adattarsi anche alla Madonnina che, scopriamo sul tetto del Duomo, per effetto delle escursioni termiche oscilla da una parte all’altra nei diversi momenti della giornata e nei vari periodi dell’anno (anche se per pochi millimetri soltanto, per carità!), come registrato da uno storico macchinario posto all’interno stesso della Guglia maggiore: una sorta di “filo a piombo”, oggi modernizzato con led e laser…In cima alla cattedrale i lavori fervono come non mai. Tra i santi delle guglie e gli angeli dei pinnacoli si muovono, pressoché invisibili, gli operai e i tecnici della Veneranda Fabbrica che stanno allestendo il grande ponteggio che presto abbraccerà l’intera Guglia maggiore. Un gigantesco “ragno” con otto zampe d’acciaio ancorate alla terrazza più alta, i cui elementi sono stati appositamente realizzati per questo cantiere, per molti aspetti davvero straordinario: per l’altezza, innanzitutto, ma anche per la vastità e, paradossalmente, la delicatezza dell’impresa. Si tratta, infatti, di intervenire sulla base stessa della Madonnina, simbolo della città, patrona di un popolo.«No, la Guglia non rischia di crollare…», ci rassicura il direttore della Veneranda Fabbrica, l’ingegnere Benigno Mörlin Visconti Castiglione, accompagnandoci in questo sopralluogo «in quota». «Da un punto di vista statico, infatti, non ci sono problemi particolari, anche perché, in tal senso, la Guglia maggiore è già stata oggetto in passato di due importanti interventi, a metà dell’800 e alla fine degli anni ’60 del secolo scorso. E tuttavia…». Tuttavia l’architetto del Duomo raccoglie da terra una grossa scheggia di marmo, larga almeno mezzo metro, che si è staccata da un’arcata che sovrasta le nostre teste: una visione piuttosto impressionante. «Ecco, il degrado riguarda soprattutto le superfici marmoree dell’apparato decorativo. C’è infatti il rischio concreto di cadute e di distacchi, e quindi questo intervento non era più rimandabile».Vari decori in rilievo, soprattutto i più esposti, sono purtroppo molto rovinati. Alcune figure sono ormai irriconoscibili, i volti di diversi personaggi cancellati. Colpa dell’inquinamento, certo, che in questi ultimi cinquant’anni si è accanito sul candore del marmo di Candoglia della cattedrale. Ma colpa anche degli agenti atmosferici: il vento soprattutto, che a questa altezza, un centinaio di metri, causa una sorta di «scartavetratura» delle superfici; ma anche gli sbalzi termici, che a lungo andare creano crepe e fessurazioni, in particolare là dove sono inserite delle vecchie zanche di ferro, magari arrugginite… In questi casi, l’unica soluzione è quella di sostituire le parti ammalorate e irrecuperabili. «Per questo – spiega ancora l’ingegnere Mörlin – ci serviamo di personale specializzato che, nei nostri laboratori, usando il marmo delle nostre cave, realizza delle copie esatte che poi ricollocheremo al loro posto». Ma i pezzi originali, per quanto rovinati, non andranno perduti: una volta inventariati, infatti, saranno custoditi in una sorta di archivio «di pietra» della cattedrale.Saliti gli ultimi gradini, ormai ai piedi della Madonnina, la metropoli si distende sotto il nostro sguardo in un orizzonte vastissimo, che arriva a lambire anche la catena delle montagne sullo sfondo. Da quassù, tuttavia, emerge ancora più evidente la situazione di «cantiere perenne» della cattedrale. Insomma, sbottiamo, è proprio impossibile vedere il Duomo senza ponteggi… «Guardi, noi oggi dovremmo iniziarne una decina di cantieri, tante sono le cose da fare», spiega pazientemente l’ingegner Mörlin. «Del resto bisogna rendersi conto che il Duomo è un monumento vivo, che ancor oggi, a distanza di oltre sei secoli dalla sua nascita, è utilizzato per lo scopo per cui è nato, con celebrazioni quotidiane e un flusso incessante di fedeli e di visitatori. In qualche modo, davvero la cattedrale non è ancora finita, ma continua a vivere, e ad evolversi, con la sua comunità». E sulle antiche guglie saliranno ancora nuovi santi.

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