Le Clarisse hanno aperto un monastero a Scutari entro le mura che hanno visto il martirio di molti sacerdoti prigionieri del regime. «Ma adesso è tornato Gesù!».

di Luisa BOVE
Redazione

Scutari nel carcere «Segurimi» ora vive una comunità di Clarisse. Per la verità l’istituto di pena già in passato era stato un Convento dei frati minori, ma il regime lo aveva poi trasformato in prigione per la sicurezza di Stato. E così, quelli che una volta erano i magazzini dei religiosi divennero celle di tortura.
Dopo la rivolta del 1997 e la distruzione degli edifici dell’ex regime, fu don Antonio Giovannini, “fidei donum” della diocesi di Milano (in Albania dal 2000), a contribuire a ripulire le carceri. Ricorda ancora le celle dove venivano torturati i prigionieri: sul pavimento si notavano i quattro fori dove erano state cementate le sedie in ferro per la tortura con la corrente elettrica. Ogni mattina un detenuto doveva lavare il pavimento per ripulirlo dal sangue e dai liquami dei corpi dei torturati. I reclusi vivevano in condizioni disumane: in celle di 2 metri per 3 venivano stipate fino a 15 persone. E tuttavia, anche in situazioni estreme, pare che tra i carcerati non mancassero gesti di «solidarietà umana e di fede». C’erano addirittura sacerdoti che riuscivano a celebrare la Messa con qualche frammento di pane che arrivava attraverso la biancheria che i parenti portavano in carcere. I musulmani e altri detenuti stavano in piedi dietro la feritoia delle porte per nascondere il sacerdote che celebrava in ginocchio ricordando a memoria le varie parti della liturgia. Quando invece erano i musulmani a pregare, le parti si invertivano e i cristiani restavano in piedi a creare una barriera. Sulle pareti delle celle si vedevano ancora incise parole di invocazione a Dio o ad Allah oppure nomi, date e piccoli calendari che scandivano il trascorrere dei giorni in quell’inferno.
Queste vicende sembrano ormai molto lontane anche se sono trascorsi solo pochi anni. La struttura esterna dell’attuale Monastero «Sh. Kjara» (Santa Chiara) mantiene lo stile del regime, mentre internamente è stata riadattata alla vita delle Clarisse. Allora nessuno osava anche solo avvicinarsi a quel luogo e nel 2003 gli abitanti scoraggiarono le monache appena arrivate per abitarvi: «Non restate lì, quella è la casa del demonio!». Ma loro rispondevano: «Non più, adesso è tornato Gesù!». Ora la situazione è davvero cambiata e molta gente varca il cancello per pregare con le monache o per parlare con loro. In questo periodo di Quaresima oltre alle tante celebrazioni e occasioni di preghiera si aggiunge anche la tradizionale Via Crucis del venerdì. Il testo con le 14 stazioni lo hanno curato le stesse Clarisse di Scutari pensando ai tanti martiri del comunismo del periodo che va dal 1946 al 1990. In occasione anche dell’anno sacerdotale le monache per comporre la Via Crucis hanno dunque attinto a diverse testimonianze lasciate negli anni dai preti condannati al martirio. Brevi scritti molto toccanti come quello di don Stefano Kurti, parroco di Tirana, che scontò 17 anni di carcere, poi arrestato una seconda volta e fucilato. «Le file dei martiri si moltiplicano ogni giorno – scriveva nel 1946 a Pio XII -, nelle carceri, torture terribili sono applicate indistintamente a tutti; migliaia di uomini, donne, vecchi e bambini, spogliati di tutto e affamati, vengono deportati nei campi di concentramento, nei luoghi più isolati e malsani». Monsignor Franco Illia, condannato ai lavori forzati, fu poi consacrato Vescovo di Scutari da Giovanni Paolo II durante la sua visita in Albania nel 1993. «Eravamo tanto stanchi, tanto spossati e pieni di sofferenze materiali e spirituali che ormai durante gli interrogatori non sapevamo più che cosa dire. Il giudice era una persona molto arrogante e dura». Padre Zef Pllumi, che scontò 25 anni di prigione e lavori forzati, descrisse così la Pasqua del 1949 nella sua cella n. 7. «Padre Leon Kabashi, frate minore, chiese un paio di babbucce a sua sorella Rosa che era venuta a trovarlo», raccomandando di aggiungere anche «il regalo di Pasqua». «I poliziotti e le spie che sentirono queste parole non capirono che chiedeva le ostie consacrate per la comunione». Ne ricevettero 50 e celebrarono una Pasqua indimenticabile. Scutari nel carcere «Segurimi» ora vive una comunità di Clarisse. Per la verità l’istituto di pena già in passato era stato un Convento dei frati minori, ma il regime lo aveva poi trasformato in prigione per la sicurezza di Stato. E così, quelli che una volta erano i magazzini dei religiosi divennero celle di tortura.Dopo la rivolta del 1997 e la distruzione degli edifici dell’ex regime, fu don Antonio Giovannini, “fidei donum” della diocesi di Milano (in Albania dal 2000), a contribuire a ripulire le carceri. Ricorda ancora le celle dove venivano torturati i prigionieri: sul pavimento si notavano i quattro fori dove erano state cementate le sedie in ferro per la tortura con la corrente elettrica. Ogni mattina un detenuto doveva lavare il pavimento per ripulirlo dal sangue e dai liquami dei corpi dei torturati. I reclusi vivevano in condizioni disumane: in celle di 2 metri per 3 venivano stipate fino a 15 persone. E tuttavia, anche in situazioni estreme, pare che tra i carcerati non mancassero gesti di «solidarietà umana e di fede». C’erano addirittura sacerdoti che riuscivano a celebrare la Messa con qualche frammento di pane che arrivava attraverso la biancheria che i parenti portavano in carcere. I musulmani e altri detenuti stavano in piedi dietro la feritoia delle porte per nascondere il sacerdote che celebrava in ginocchio ricordando a memoria le varie parti della liturgia. Quando invece erano i musulmani a pregare, le parti si invertivano e i cristiani restavano in piedi a creare una barriera. Sulle pareti delle celle si vedevano ancora incise parole di invocazione a Dio o ad Allah oppure nomi, date e piccoli calendari che scandivano il trascorrere dei giorni in quell’inferno.Queste vicende sembrano ormai molto lontane anche se sono trascorsi solo pochi anni. La struttura esterna dell’attuale Monastero «Sh. Kjara» (Santa Chiara) mantiene lo stile del regime, mentre internamente è stata riadattata alla vita delle Clarisse. Allora nessuno osava anche solo avvicinarsi a quel luogo e nel 2003 gli abitanti scoraggiarono le monache appena arrivate per abitarvi: «Non restate lì, quella è la casa del demonio!». Ma loro rispondevano: «Non più, adesso è tornato Gesù!». Ora la situazione è davvero cambiata e molta gente varca il cancello per pregare con le monache o per parlare con loro. In questo periodo di Quaresima oltre alle tante celebrazioni e occasioni di preghiera si aggiunge anche la tradizionale Via Crucis del venerdì. Il testo con le 14 stazioni lo hanno curato le stesse Clarisse di Scutari pensando ai tanti martiri del comunismo del periodo che va dal 1946 al 1990. In occasione anche dell’anno sacerdotale le monache per comporre la Via Crucis hanno dunque attinto a diverse testimonianze lasciate negli anni dai preti condannati al martirio. Brevi scritti molto toccanti come quello di don Stefano Kurti, parroco di Tirana, che scontò 17 anni di carcere, poi arrestato una seconda volta e fucilato. «Le file dei martiri si moltiplicano ogni giorno – scriveva nel 1946 a Pio XII -, nelle carceri, torture terribili sono applicate indistintamente a tutti; migliaia di uomini, donne, vecchi e bambini, spogliati di tutto e affamati, vengono deportati nei campi di concentramento, nei luoghi più isolati e malsani». Monsignor Franco Illia, condannato ai lavori forzati, fu poi consacrato Vescovo di Scutari da Giovanni Paolo II durante la sua visita in Albania nel 1993. «Eravamo tanto stanchi, tanto spossati e pieni di sofferenze materiali e spirituali che ormai durante gli interrogatori non sapevamo più che cosa dire. Il giudice era una persona molto arrogante e dura». Padre Zef Pllumi, che scontò 25 anni di prigione e lavori forzati, descrisse così la Pasqua del 1949 nella sua cella n. 7. «Padre Leon Kabashi, frate minore, chiese un paio di babbucce a sua sorella Rosa che era venuta a trovarlo», raccomandando di aggiungere anche «il regalo di Pasqua». «I poliziotti e le spie che sentirono queste parole non capirono che chiedeva le ostie consacrate per la comunione». Ne ricevettero 50 e celebrarono una Pasqua indimenticabile.

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