In programma nel prossimo dicembre, promosso dal Comitato per il progetto culturale

di Ernesto DIACO
Redazione Diocesi

God is back. Dio è tornato. Lapidario come l’annuncio della sua morte, urlata dal filosofo tedesco Nietzsche oltre un secolo fa, è questo il titolo di un recente saggio che sta animando il dibattito nel mondo anglosassone. Gli autori – Wooldridge e Micklethwait, ateo il primo e cattolico il secondo -, sono due firme del britannico Economist. Oggetto della loro analisi, come recita il sottotitolo, è il “revival globale della fede che sta cambiando il mondo”. E che porta i due giornalisti ad affermare la piena compatibilità tra modernità e religione, il ruolo decisivo del credere in Dio nel ventunesimo secolo.
Mentre il paradigma della secolarizzazione, così in voga negli scorsi decenni, mostra la sua inadeguatezza a spiegare l’attualità, la “questione di Dio” si ripresenta sotto diversi aspetti, che solo in parte passano sotto gli occhi degli analisti sociali. Il convegno internazionale promosso dal Comitato per il progetto culturale, a metà del prossimo dicembre prossimo, intende attraversarli tutti: il terreno del pensiero e quello dell’arte, le provocazioni delle scienze e quelle della politica, le sfide del pluralismo religioso e della vita umana, il destino dell’anima e il rischio della libertà.
“Dio oggi” è il titolo sotto cui converranno a Roma studiosi italiani e stranieri, credenti e non. Mentre il sottotitolo – “Con lui o senza di lui cambia tutto” – sembra una riproposta della scommessa pascaliana all’uomo del nostro tempo. “Su quale delle due punterete?”, chiedeva nei suoi Pensieri il matematico francese vissuto quattrocento anni fa. Uno scienziato. Non a caso anche oggi i progressi delle scienze, sul piano delle biotecnologie come nello studio delle particelle e del cosmo, invece di accantonare stimolano i dibattiti religiosi. Accanto a segnali incoraggianti e inequivocabili, il “ritorno di Dio” si mescola di ambiguità e di contraddizioni. Una cosa però è certa: estrometterlo dalla sfera personale e da quella pubblica è una posizione di retroguardia e di paura. God is back. Dio è tornato. Lapidario come l’annuncio della sua morte, urlata dal filosofo tedesco Nietzsche oltre un secolo fa, è questo il titolo di un recente saggio che sta animando il dibattito nel mondo anglosassone. Gli autori – Wooldridge e Micklethwait, ateo il primo e cattolico il secondo -, sono due firme del britannico Economist. Oggetto della loro analisi, come recita il sottotitolo, è il “revival globale della fede che sta cambiando il mondo”. E che porta i due giornalisti ad affermare la piena compatibilità tra modernità e religione, il ruolo decisivo del credere in Dio nel ventunesimo secolo.Mentre il paradigma della secolarizzazione, così in voga negli scorsi decenni, mostra la sua inadeguatezza a spiegare l’attualità, la “questione di Dio” si ripresenta sotto diversi aspetti, che solo in parte passano sotto gli occhi degli analisti sociali. Il convegno internazionale promosso dal Comitato per il progetto culturale, a metà del prossimo dicembre prossimo, intende attraversarli tutti: il terreno del pensiero e quello dell’arte, le provocazioni delle scienze e quelle della politica, le sfide del pluralismo religioso e della vita umana, il destino dell’anima e il rischio della libertà. “Dio oggi” è il titolo sotto cui converranno a Roma studiosi italiani e stranieri, credenti e non. Mentre il sottotitolo – “Con lui o senza di lui cambia tutto” – sembra una riproposta della scommessa pascaliana all’uomo del nostro tempo. “Su quale delle due punterete?”, chiedeva nei suoi Pensieri il matematico francese vissuto quattrocento anni fa. Uno scienziato. Non a caso anche oggi i progressi delle scienze, sul piano delle biotecnologie come nello studio delle particelle e del cosmo, invece di accantonare stimolano i dibattiti religiosi. Accanto a segnali incoraggianti e inequivocabili, il “ritorno di Dio” si mescola di ambiguità e di contraddizioni. Una cosa però è certa: estrometterlo dalla sfera personale e da quella pubblica è una posizione di retroguardia e di paura. Cittadinanza per la fede A ben guardare, il tema indicato dal progetto culturale per i prossimi mesi altro non è che la chiave di lettura principale del pontificato di Benedetto XVI. Come egli stesso confidava nella lettera del 10 marzo scorso, la sua priorità “è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio”. Anche nella recente enciclica il Papa è tornato a chiedere cittadinanza sociale e culturale per la fede, senza la quale i diritti umani sono privati di un saldo fondamento, la vita pubblica si impoverisce di motivazioni e la politica rischia di assumere un volto opprimente e aggressivo. L’uomo di oggi, insisteva Benedetto XVI a Lourdes un anno fa, «deve reimparare che Dio non è suo nemico».Il progetto culturale della Chiesa italiana, negli ultimi tempi, ha segnalato con forza l’esplodere di una nuova questione antropologica, emergente là dove non solo si è smarrito il senso della vocazione trascendente della persona umana, ma ci si accinge a mettere le mani nella sua intima natura. La questione di Dio non è un altro tema. L’interrogativo teologico, alla fine, ha un risvolto essenzialmente pratico. Nel suo recente saggio su La morte del prossimo, Luigi Zoja mette in relazione lo svuotamento del cielo, ad opera dell’uomo “adulto”, con il paradossale e devastante allontanamento dell’altro che caratterizza la società iper-tecnologica. Forse, nel villaggio globale incapace di vincere la solitudine, Dio è tornato perché il grande assente, alla fine, non fosse l’uomo.

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