L'augurio di un parroco ai diaconi che diventeranno sacerdoti sabato 13 giugno nel Duomo di Milano�

Giuseppe GRAMPA Parroco a S. Giovanni in Laterano, Milano
Redazione

Penso ai 18 giovani che saranno ordinati presbiteri sabato prossimo. E non posso non ritornare, con la memoria, alla mia ordinazione 44 anni fa. Anche questi 18 giovani hanno certamente preparato un’immagine-ricordo – lo fa ogni prete quando viene ordinato -, scegliendo una parola significativa, quasi un sintetico programma del ministero che sta per iniziare. Per la mia ordinazione scelsi questa semplice espressione: “Prete, per il servizio della Chiesa di Dio che è a Milano”. E sono stato preso in parola. Infatti questi 44 anni trascorsi nel ministero sacerdotale sono stati tutti vissuti nella città di Milano, con una parentesi di due anni, ma sempre in una grande città europea.
Ho avuto davvero la grazia di essere al servizio di questa Chiesa. Quali indicazioni ricavo da questi lunghi anni tutti nella città? Credo che il ministero nella città, microcosmo rappresentativo della nostra società, domandi la pazienza di curvarsi su questo ferito, con tutte le sue miserie, fatiche, pesantezze, per trovare che cosa bisogna fare per essa, con amore. Proprio la vita nella città con le sue contraddizioni e le “convivenze dirompenti” tra mondi e valori contrapposti, non sopporta le soluzioni facili o radicali, che talora alcuni gruppi rigoristi propongono: ridurre il numero, mandare via tanta gente, rifiutare il battesimo a chi non si dichiara fortemente cristiano, puntare sulla qualità, su una piccola élite. In realtà, non si tiene conto che molta gente, pur avendole lasciate alle spalle, ha ancora dentro ansietà, desideri, domande che non riesce a formulare, ed è questo il grande campo del nostro lavoro. In tutti questi anni ho toccato con mano l’esistenza nella città di gruppi di cristiani ferventi che vivono accanto a cristiani tiepidi e a battezzati che hanno dimenticato quasi il loro battesimo. E cresce il numero di coloro che non sono battezzati. Penso ai 18 giovani che saranno ordinati presbiteri sabato prossimo. E non posso non ritornare, con la memoria, alla mia ordinazione 44 anni fa. Anche questi 18 giovani hanno certamente preparato un’immagine-ricordo – lo fa ogni prete quando viene ordinato -, scegliendo una parola significativa, quasi un sintetico programma del ministero che sta per iniziare. Per la mia ordinazione scelsi questa semplice espressione: “Prete, per il servizio della Chiesa di Dio che è a Milano”. E sono stato preso in parola. Infatti questi 44 anni trascorsi nel ministero sacerdotale sono stati tutti vissuti nella città di Milano, con una parentesi di due anni, ma sempre in una grande città europea.Ho avuto davvero la grazia di essere al servizio di questa Chiesa. Quali indicazioni ricavo da questi lunghi anni tutti nella città? Credo che il ministero nella città, microcosmo rappresentativo della nostra società, domandi la pazienza di curvarsi su questo ferito, con tutte le sue miserie, fatiche, pesantezze, per trovare che cosa bisogna fare per essa, con amore. Proprio la vita nella città con le sue contraddizioni e le “convivenze dirompenti” tra mondi e valori contrapposti, non sopporta le soluzioni facili o radicali, che talora alcuni gruppi rigoristi propongono: ridurre il numero, mandare via tanta gente, rifiutare il battesimo a chi non si dichiara fortemente cristiano, puntare sulla qualità, su una piccola élite. In realtà, non si tiene conto che molta gente, pur avendole lasciate alle spalle, ha ancora dentro ansietà, desideri, domande che non riesce a formulare, ed è questo il grande campo del nostro lavoro. In tutti questi anni ho toccato con mano l’esistenza nella città di gruppi di cristiani ferventi che vivono accanto a cristiani tiepidi e a battezzati che hanno dimenticato quasi il loro battesimo. E cresce il numero di coloro che non sono battezzati. Il servizio della Parola La città domanda perciò che la cura pastorale ordinaria, ma sempre più qualificata, sappia congiungersi con l’attività missionaria, cioè con l’invenzione di itinerari nuovi di evangelizzazione, come in questi anni ci ha insistentemente chiesto il cardinale Tettamanzi. Sono felice d’aver speso gran parte di questi anni a servizio delle nostre parrocchie e delle iniziative diocesane e di poter dedicare i miei ultimi anni esclusivamente alla cura di una parrocchia. Credo che queste nostre strutture non siano contenitori vuoti e sclerotici, ma ancora luoghi di incontro e di educazione alla fede. Ho imparato in tutti questi anni a non sottovalutare la capacità di educare alla fede propria delle nostre comunità, ma a condizione che siano luoghi aperti e accoglienti, non burocratici né possessivi, luoghi dove risuoni l’evangelo, niente altro che l’evangelo.Questo servizio mi sta particolarmente a cuore e ritengo dovrebbe essere oggetto delle più attente cure di tutti i presbiteri: il servizio della Parola. Sono persuaso e ne ho avuto tante volte conferma: quando la Parola è annunciata con intelligente passione essa suscita risonanze profonde nelle coscienze. Temo che la qualità del nostro servizio alla Parola, basti pensare all’omelia domenicale o in altre celebrazioni significative, non sia sempre all’altezza della domanda che si manifesta nella città. Sono pochi i 18 giovani che saranno ordinati preti. In questi anni si stanno mettendo in atto strategie per far fronte a questa congiuntura davvero seria. Ai "magnifici" 18 dico soltanto: venite, la grande città, l’intera diocesi vi aspetta, vi aspettiamo noi preti più o meno vecchi, più o meno affaticati, ma niente affatto delusi.

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