Martedì 7 luglio verrà presentata la terza enciclica di Benedetto XVI, intitolata "Caritas in veritate". Un documento che «intende approfondire alcuni aspetti dello sviluppo integrale nella nostra epoca». Ne parla l'economista Stefano Zamagni

Francesco ROSSI
Redazione

Martedì 7 luglio, in sala stampa vaticana, verrà presentata la terza enciclica del Papa, Caritas in veritate. «Riprendendo le tematiche sociali contenute nella Populorum progressio, scritta dal Servo di Dio Paolo VI nel 1967 – ha spiegato nei giorni scorsi Benedetto XVI -, questo documento (che porta la data del 29 giugno, solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo) intende approfondire alcuni aspetti dello sviluppo integrale nella nostra epoca, alla luce della carità nella verità». Un ulteriore contributo «che la Chiesa offre all’umanità nel suo impegno per un progresso sostenibile, nel pieno rispetto della dignità umana e delle reali esigenze di tutti».
Alla presentazione interverranno il cardinale Renato Raffaele Martino (presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace), il cardinale Paul Josef Cordes (presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum), monsignor Giampaolo Crepaldi (segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace) e il professor Stefano Zamagni, ordinario di Economia politica all’Università di Bologna e Consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, che ce ne parla.

L’enciclica giunge in un momento particolare per l’economia mondiale…
Inizialmente questa enciclica doveva rappresentare il completamento della riflessione sulla globalizzazione avviata da Giovanni Paolo II con la Centesimus annus. Nel 1991 questo fenomeno era da poco iniziato, e dunque non si vedevano ancora le conseguenze che oggi, invece, sono sotto gli occhi di tutti. Poi ci sono stati rallentamenti dovuti a circostanze diverse, ultima in ordine di tempo la crisi economico-finanziaria. L’enciclica non nasce come risposta a essa e il Papa afferma che si tratta di un approfondimento della Populorum progressio di Paolo VI.

Parlando alla Fondazione “Centesimus annus” e riprendendo la riflessione di Papa Wojtyla, Benedetto XVI ha accennato alla sua enciclica e ha ricordato che l’economia di mercato «può essere riconosciuta come via di progresso economico e civile solo se orientata al bene comune»…
Il mercato di per sé è cosa buona; esce dal suo alveo quando viene snaturato, ossia quando, anziché essere finalizzato al bene comune, s’indirizza verso il bene totale, oppure il bene individuale di qualcuno. Se ci sono distorsioni o inadeguatezze, non è colpa dell’economia di mercato in quanto tale – che, ricordiamolo, storicamente nasce nel Trecento per iniziativa dei francescani -, ma di chi l’ha voluta incanalare verso obiettivi di egoismo, avidità e possesso.

Da qui, quali indicazioni per un’inversione di rotta?
Innanzitutto non possiamo pensare al mercato in maniera totalista, ma pluralistica. Dentro al mercato devono operare realtà di diversa natura, che perseguono obiettivi differenti: imprese capitalistiche, sociali, organizzazioni del terzo settore. Da questo pluralismo emerge che si può fare economia anche se non si persegue il profitto. In secondo luogo occorre che anche l’attività finanziaria sia declinata al plurale: dunque, spazio alla finanza etica, che non può essere un’eccezione. La norma della finanza deve servire l’economia reale, e quindi è la finanza speculativa a costituire un’eccezione. Da ultimo, valorizzare nel concreto il principio di sussidiarietà, introducendolo nelle politiche pubbliche, laddove oggi lo si confonde in maniera erronea con supplenza.

Qual è il cardine della dottrina sociale della Chiesa dal quale, a suo avviso, oggi bisogna ripartire?
Il punto chiave della recente riflessione sulla dottrina sociale della Chiesa sta nell’indicare agli uomini di oggi la via per il superamento dei due modelli che, finora, avevano guidato i comportamenti in ambito sia economico sia politico: da un lato il modello legato al blocco sovietico – e a questo ci aveva già pensato la Centesimus annus -, dall’altro quel modello da taluni definito liberista che dovrebbe avere solo una posizione marginale nell’economia di mercato. L’errore corrente, rimarcato dalla dottrina sociale, sta nell’identificazione dell’economia di mercato con un particolare modello, ovvero quello capitalistico.

La Chiesa italiana dedicherà il prossimo decennio pastorale alla questione educativa: serve anche un’attenzione all’economia?
Sì, e questo è talmente vero che nel passato i più grandi filosofi e teologi si sono sempre occupati di questioni economiche: pensiamo a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, a Sant’Antonino di Firenze, oppure ad Antonio Rosmini, particolarmente caro a Benedetto XVI. Proprio quest’ultimo indicò, tra «le cinque piaghe della Chiesa», la mancanza di un’adeguata formazione ed educazione in campo economico. I rischi per la Chiesa di questa carenza, scriveva Rosmini, saranno notevoli. Non ci si riferisce qui alla tecnica economica, ma all’economia politica, ossia alla riflessione su come deve essere il giudizio cristiano relativamente al modo di organizzare le attività di produzione e consumo in vista del bene comune. Ma la crisi, ora, può aiutare a far riprendere consapevolezza all’interno della Chiesa dell’importanza strategica della dimensione economica della vita umana. Martedì 7 luglio, in sala stampa vaticana, verrà presentata la terza enciclica del Papa, Caritas in veritate. «Riprendendo le tematiche sociali contenute nella Populorum progressio, scritta dal Servo di Dio Paolo VI nel 1967 – ha spiegato nei giorni scorsi Benedetto XVI -, questo documento (che porta la data del 29 giugno, solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo) intende approfondire alcuni aspetti dello sviluppo integrale nella nostra epoca, alla luce della carità nella verità». Un ulteriore contributo «che la Chiesa offre all’umanità nel suo impegno per un progresso sostenibile, nel pieno rispetto della dignità umana e delle reali esigenze di tutti».Alla presentazione interverranno il cardinale Renato Raffaele Martino (presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace), il cardinale Paul Josef Cordes (presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum), monsignor Giampaolo Crepaldi (segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace) e il professor Stefano Zamagni, ordinario di Economia politica all’Università di Bologna e Consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, che ce ne parla.L’enciclica giunge in un momento particolare per l’economia mondiale…Inizialmente questa enciclica doveva rappresentare il completamento della riflessione sulla globalizzazione avviata da Giovanni Paolo II con la Centesimus annus. Nel 1991 questo fenomeno era da poco iniziato, e dunque non si vedevano ancora le conseguenze che oggi, invece, sono sotto gli occhi di tutti. Poi ci sono stati rallentamenti dovuti a circostanze diverse, ultima in ordine di tempo la crisi economico-finanziaria. L’enciclica non nasce come risposta a essa e il Papa afferma che si tratta di un approfondimento della Populorum progressio di Paolo VI.Parlando alla Fondazione “Centesimus annus” e riprendendo la riflessione di Papa Wojtyla, Benedetto XVI ha accennato alla sua enciclica e ha ricordato che l’economia di mercato «può essere riconosciuta come via di progresso economico e civile solo se orientata al bene comune»…Il mercato di per sé è cosa buona; esce dal suo alveo quando viene snaturato, ossia quando, anziché essere finalizzato al bene comune, s’indirizza verso il bene totale, oppure il bene individuale di qualcuno. Se ci sono distorsioni o inadeguatezze, non è colpa dell’economia di mercato in quanto tale – che, ricordiamolo, storicamente nasce nel Trecento per iniziativa dei francescani -, ma di chi l’ha voluta incanalare verso obiettivi di egoismo, avidità e possesso.Da qui, quali indicazioni per un’inversione di rotta?Innanzitutto non possiamo pensare al mercato in maniera totalista, ma pluralistica. Dentro al mercato devono operare realtà di diversa natura, che perseguono obiettivi differenti: imprese capitalistiche, sociali, organizzazioni del terzo settore. Da questo pluralismo emerge che si può fare economia anche se non si persegue il profitto. In secondo luogo occorre che anche l’attività finanziaria sia declinata al plurale: dunque, spazio alla finanza etica, che non può essere un’eccezione. La norma della finanza deve servire l’economia reale, e quindi è la finanza speculativa a costituire un’eccezione. Da ultimo, valorizzare nel concreto il principio di sussidiarietà, introducendolo nelle politiche pubbliche, laddove oggi lo si confonde in maniera erronea con supplenza.Qual è il cardine della dottrina sociale della Chiesa dal quale, a suo avviso, oggi bisogna ripartire?Il punto chiave della recente riflessione sulla dottrina sociale della Chiesa sta nell’indicare agli uomini di oggi la via per il superamento dei due modelli che, finora, avevano guidato i comportamenti in ambito sia economico sia politico: da un lato il modello legato al blocco sovietico – e a questo ci aveva già pensato la Centesimus annus -, dall’altro quel modello da taluni definito liberista che dovrebbe avere solo una posizione marginale nell’economia di mercato. L’errore corrente, rimarcato dalla dottrina sociale, sta nell’identificazione dell’economia di mercato con un particolare modello, ovvero quello capitalistico.La Chiesa italiana dedicherà il prossimo decennio pastorale alla questione educativa: serve anche un’attenzione all’economia?Sì, e questo è talmente vero che nel passato i più grandi filosofi e teologi si sono sempre occupati di questioni economiche: pensiamo a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, a Sant’Antonino di Firenze, oppure ad Antonio Rosmini, particolarmente caro a Benedetto XVI. Proprio quest’ultimo indicò, tra «le cinque piaghe della Chiesa», la mancanza di un’adeguata formazione ed educazione in campo economico. I rischi per la Chiesa di questa carenza, scriveva Rosmini, saranno notevoli. Non ci si riferisce qui alla tecnica economica, ma all’economia politica, ossia alla riflessione su come deve essere il giudizio cristiano relativamente al modo di organizzare le attività di produzione e consumo in vista del bene comune. Ma la crisi, ora, può aiutare a far riprendere consapevolezza all’interno della Chiesa dell’importanza strategica della dimensione economica della vita umana.

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