La riflessione dell'Arcivescovo: la Chiesa non si limita a ricordare, ma celebra, vivendo la perenne attualità dei misteri di Gesù

Dionigi TETTAMANZI Arcivescovo di Milano
Redazione

Siamo entrati nel tempo santo della Quaresima. In questo anno giubilare, che il Santo Padre ha voluto dedicare a San Paolo, anche noi vogliamo farci guidare dall’Apostolo delle genti nel nostro cammino di penitenza e di sequela del Signore, di «amore più grande nel suo santo servizio» (cfr I Domenica di Quaresima, Orazione all’inizio dell’Assemblea Liturgica). Per questo ho scelto nelle Via Crucis, che attraverseranno le sette zone della Diocesi, di camminare «Con Paolo sulla via della croce» – è questo il titolo delle meditazioni -, raccogliendo il suo invito: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo»; e nelle catechesi alla Diocesi, che terrò tutti i martedì via radio e televisione, di fermarmi a commentare la seconda lettura – quella paolina – che il nuovo Lezionario Ambrosiano propone per le domeniche quaresimali (dalla II alla VI), cercando di riflettere sul Battesimo come sacramento della fede e dono della vita nuova in Cristo.
Il nostro cammino quaresimale non è una ricorrenza del calendario o una semplice memoria dell’itinerario percorso nel deserto dal popolo di Israele e da Gesù stesso. La Chiesa non si limita mai a ricordare, la Chiesa celebra, cioè vive la perenne attualità dei misteri di Cristo, vi partecipa realmente. Entriamo dunque con Cristo nel deserto. Tutta la nostra vita è chiamata a diventare una imitazione della vita di Cristo perché anche la salvezza di Cristo possa entrare con potenza in noi e trasformarci a sua immagine. Non c’è altra via per la salvezza se non quella che Lui stesso ha percorso. Per questo il cammino quaresimale non è per noi questione di virtù o di buoni propositi: è via di salvezza, è quella strada di esodo da noi stessi, di deserto, di donazione pasquale che sola può dischiuderci alla vita nuova in Cristo. Siamo entrati nel tempo santo della Quaresima. In questo anno giubilare, che il Santo Padre ha voluto dedicare a San Paolo, anche noi vogliamo farci guidare dall’Apostolo delle genti nel nostro cammino di penitenza e di sequela del Signore, di «amore più grande nel suo santo servizio» (cfr I Domenica di Quaresima, Orazione all’inizio dell’Assemblea Liturgica). Per questo ho scelto nelle Via Crucis, che attraverseranno le sette zone della Diocesi, di camminare «Con Paolo sulla via della croce» – è questo il titolo delle meditazioni -, raccogliendo il suo invito: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo»; e nelle catechesi alla Diocesi, che terrò tutti i martedì via radio e televisione, di fermarmi a commentare la seconda lettura – quella paolina – che il nuovo Lezionario Ambrosiano propone per le domeniche quaresimali (dalla II alla VI), cercando di riflettere sul Battesimo come sacramento della fede e dono della vita nuova in Cristo.Il nostro cammino quaresimale non è una ricorrenza del calendario o una semplice memoria dell’itinerario percorso nel deserto dal popolo di Israele e da Gesù stesso. La Chiesa non si limita mai a ricordare, la Chiesa celebra, cioè vive la perenne attualità dei misteri di Cristo, vi partecipa realmente. Entriamo dunque con Cristo nel deserto. Tutta la nostra vita è chiamata a diventare una imitazione della vita di Cristo perché anche la salvezza di Cristo possa entrare con potenza in noi e trasformarci a sua immagine. Non c’è altra via per la salvezza se non quella che Lui stesso ha percorso. Per questo il cammino quaresimale non è per noi questione di virtù o di buoni propositi: è via di salvezza, è quella strada di esodo da noi stessi, di deserto, di donazione pasquale che sola può dischiuderci alla vita nuova in Cristo. Una grazia singolare E’ lo Spirito a condurci con Gesù nel deserto per essere tentati. Non perché la tentazione non ci sia anche altrove, anzi, ma perché nel deserto c’è grazia singolare di prendere consapevolezza di ciò che abbiamo davvero nel cuore. La via del deserto, che è fatta di silenzio, di preghiera, di parola di Dio è tutta volta al rinnovamento di giorno in giorno del nostro «uomo interiore» – così Paolo parla del dono di Cristo che è in noi – «affinché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita» (II lettura).Benedetto XVI, nel suo messaggio per la Quaresima dedicato al digiuno, ne parla come di una straordinaria «terapia» per «lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a noi stessi» e «liberare il nostro cuore dalla schiavitù del peccato per renderlo sempre più tabernacolo vivente di Dio».Vorrei invitare tutti a meditare con cura su questo testo del Santo Padre: ne abbiamo bisogno. Perché il digiuno – voglio chiederlo con franchezza – nella sua sana rigorosità è quasi scomparso dalla nostra pratica religiosa? Accogliamo come provvidenziali la saggezza della Chiesa e la meditazione che il Santo Padre ci propone. In particolare, in un tempo di crisi economica – ricordo il segno che ho voluto dare istituendo il “Fondo famiglia-lavoro” -, vorrei che non si smarrisse il valore educativo che mi stava a cuore indicare alla Diocesi. Per questo la Quaresima, in particolare la pratica del digiuno, mi sembrano un’occasione preziosa per riflettere sul nostro personale stile di vita; rimettere davanti ai nostri occhi l’ideale cristiano: di voler essere poveri, come Cristo povero, di quella povertà di chi dona generosamente se stesso; e per dare spessore esistenziale, cioè di scelte concrete, a quella “sobrietà” e “solidarietà” cui il Signore oggi ci chiama. – L’omelia di inizio Quaresima

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