«Eppure tu vedi l'affanno e il dolore» è titolo del volumetto del cardinale Tettamanzi. Raccontando tre storie, l'Arcivescovo si china su chi vive nel dolore: «Ora non ho che le parole per arrivare a casa tua. Non c'è niente di quello che tu soffri che non susciti in me una commozione, un desiderio di esserti vicino, di trovare le risposte, di cercare le risorse per aiutare».

Pino NARDI
Redazione

«Carissima famiglia, in molte occasioni ho raccolto la tua confidenza, ho intuito le tue lacrime, ho sentito ripetere i tuoi perché, ho ricevuto il tuo messaggio che chiede aiuto. Ora non ho che le parole per arrivare a casa tua. Non c’è niente di quello che tu soffri che non susciti in me una commozione, un desiderio di esserti vicino, di trovare le risposte, di cercare le risorse per aiutare».

Comincia così la «Lettera alle famiglie nella prova» che il cardinal Tettamanzi ha voluto dedicare in particolare alle persone che vivono situazioni di sofferenza. «Eppure tu vedi l’affanno e il dolore» è titolo del volumetto, pubblicato dal Centro Ambrosiano (34 pagine, 1 euro), attraverso il quale l’Arcivescovo si china sul dolore di molte famiglie, ne ascolta le sofferenze, le ansie, le paure, ma anche le speranze, il «desiderio di felicità», con la volontà di esprimere, pur con le parole, «quanto vorrei essere un segno dell’amore di Dio», «un abbraccio, una preghiera, una benedizione». «Carissima famiglia, in molte occasioni ho raccolto la tua confidenza, ho intuito le tue lacrime, ho sentito ripetere i tuoi perché, ho ricevuto il tuo messaggio che chiede aiuto. Ora non ho che le parole per arrivare a casa tua. Non c’è niente di quello che tu soffri che non susciti in me una commozione, un desiderio di esserti vicino, di trovare le risposte, di cercare le risorse per aiutare».Comincia così la «Lettera alle famiglie nella prova» che il cardinal Tettamanzi ha voluto dedicare in particolare alle persone che vivono situazioni di sofferenza. «Eppure tu vedi l’affanno e il dolore» è titolo del volumetto, pubblicato dal Centro Ambrosiano (34 pagine, 1 euro), attraverso il quale l’Arcivescovo si china sul dolore di molte famiglie, ne ascolta le sofferenze, le ansie, le paure, ma anche le speranze, il «desiderio di felicità», con la volontà di esprimere, pur con le parole, «quanto vorrei essere un segno dell’amore di Dio», «un abbraccio, una preghiera, una benedizione». «Visita a una mamma ammalata» Tettamanzi parla attraverso il racconto di tre storie di vita di cui è stato testimone. La prima è la «Visita a una mamma ammalata». Andando a trovarla a casa si aspetta qualcosa da lui: «Un vescovo deve pur avere qualche parola da parte di Dio». «Il Signore è con te – le dice il Cardinale -. Tu sai che la sua presenza non è quella magica che risolve i problemi con una formula. Assomiglia piuttosto a quella della sua vita terrena. Gesù continua a passare presso le case e la vita della gente e a portarle sulla sua croce al calvario: cade e si rialza, geme e prega, grida e perdona. È una presenza talora difficile quella del Signore, misteriosa: eppure la certezza di essere con Lui apre il tuo dolore e la tua angoscia a una comunione che è già consolazione. È come se la croce si facesse più lieve, perché unita alla croce di Gesù; è come se l’angoscia indicibile, alimentata dal presagio di dover morire, divenisse invocazione di una speranza più grande». Ma l’Arcivescovo coglie anche la grande angoscia che pervade quella famiglia. «La malattia di una giovane mamma non visita una casa senza provocare domande tremende. La fede è messa alla prova. La prova può avere come esito una cupa disperazione, una ribellione che non vuole più ascoltare niente. La prova, però, può anche radunare tutta la famiglia perché impari di nuovo a pregare insieme. La preghiera in famiglia è spesso cancellata da un incomprensibile ma invincibile imbarazzo».Di fronte alla malattia spesso si vorrebbe nascondere la verità, anche alla vista dei vicini di casa. Eppure, dice il Cardinale, «la solidarietà abita anche nel tuo condominio: come una candela pronta a fare luce se solo incontra una fiamma». «Le vicende alterne della malattia e l’umiltà di chiedere aiuto rivelano poi che la città intera vive di una rete di relazioni buone che potrebbero farne una vera fraternità. Hai incontrato medici e infermieri che sembrano occuparsi della tua malattia come di un caso personale e si rallegrano di ogni speranza e si deprimono per ogni sintomo infausto. Hai incontrato volontari disponibili per ogni esigenza clinica, preti che conoscono il segreto della consolazione, compagni di malattia capaci di straordinaria e premurosa vicinanza umana. Se si sapesse quanto fa bene, nel bisogno, sentire il discreto bussare della solidarietà alla porta di casa!». «Per nonna Maria» «Per nonna Maria» è la seconda storia. Una donna, Silvia, avvicina il Cardinale in occasione di una visita in una parrocchia. Con lei una donna anziana: è la sua mamma, purtroppo ormai da tempo malata, con la progressiva perdita di memoria. Una donna un tempo attivissima e disponibile con tutti, ora ridotta così. Con la figlia che le sta accanto e la cura con tanto amore, ma anche con grande sacrificio. «Che pena, però! Uscire di casa sempre con la fretta di tornare e con il pensiero: “che non combini qualcosa!”. Tante amicizie, tanti interessi, tanti impegni sono rimasti sospesi – riflette l’Arcivescovo -. Anche la vita di famiglia è segnata dalla tensione: non è che il marito e i figli non capiscano e a nonna Maria tutti vogliono bene. Ma lo scorrere del tempo logora tutti: i ragazzi dopo un po’ si innervosiscono e rispondono male, il marito diventa insofferente: “non si può andare avanti così, finirà che ti ammali anche tu!”».«Tanti e tante, come Silvia, prendono il peso sulle spalle e lo portano: non pretendono una soluzione, non hanno proteste da presentare. Sono solo stanchi – scrive Tettamanzi, che continua – vorrei conoscere il segreto di una benedizione che porti sollievo. In questo esercizio dell’amore la famiglia di Silvia, come infinite altre, è come una luce, una stella che indica una possibile strada, una direzione buona, e così incoraggia il cammino di molti». «Imparare ad amare da chi non sa fare altro» La terza storia si intitola «Imparare ad amare da chi non sa fare altro». Nasce da una lettera commovente di una madre inviata al Cardinale. E racconta la vicenda di Enrico, un figlio nato con handicap gravi e del travaglio che ne è conseguito: prima un rifiuto, poi la consapevolezza di quanto amore sa donare anche una persona che è «diversamente abile». «Ho incontrato mamme e papà che hanno ricevuto la diagnosi sul loro bambino come una ferita che non è mai più guarita: ne è venuta una disperazione – racconta l’Arcivescovo -. Poi qualcuno si è lasciato trascinare nel vizio, per dimenticare; qualcuno si è lasciato schiacciare in un umore cupo che ha reso la vita di casa desolata, senza feste, senza sorrisi, senza speranza; qualcuno è scappato via, senza voltarsi indietro, forse inseguito per sempre dal ricordo di uno sguardo, di una carezza di bambino».Eppure ci sono anche genitori che reagiscono in modo diverso, come Giovanna (autrice della lettera) e Roberto: «Si sono lasciati condurre piano piano dal figlio che non poteva camminare ma li ha portati lontano, sono stati istruiti di una sapienza superiore dal figlio che impara così poco e così lentamente, sono stati tratti fuori dal loro isolamento e dalla timidezza di comunicare dal loro figlio che comunicare quasi non sa. La pazienza, l’umiltà, la fortezza, il desiderio della felicità costruiscono relazioni: nessuna famiglia, nessuno si senta abbandonato e imprigionato dalla solitudine. Le comunità cristiane con la loro tradizionale creatività e dedizione, le istituzioni e le associazioni di volontariato con l’impegno e la professionalità di molti operatori in molti modi vengono in aiuto a chi ha un figlio disabile. L’aiuto non elimina le fatiche, ma le rende più sostenibili, non distoglie dalle preoccupazioni sul presente e sul futuro, ma allevia l’angoscia».

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