La riflessione rivolta dall'Arcivescovo ai giovani preti ad Antiochia, dove Paolo partì per la missione e per la prima volta i discepoli del Risorto furono chiamati "cristiani"

Davide MILANI
Redazione

Chi è il prete? Un prete è tale solo se fa tanto e bene? Quale rapporto con la parrocchia? Slegato da ogni riferimento per essere libero di andare? Solidamente incarnato dentro la vicenda di una comunità?
L’arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, trova le risposte a questi interrogativi – centrali per i 100 giovani sacerdoti in pellegrinaggio con lui in Turchia sulle orme di Paolo – rileggendo l’inizio della vicenda del cristianesimo ad Antiochia e l’esperienza compiuta qui dallo stesso Paolo.
La meditazione – proposta nel verde del giardino della chiesa dei padri cappuccini, nella parte vecchia di Antiochia – è idealmente originata dalla breve, ma intensa visita alla “grotta di Pietro” situata sopra la città, dove si riuniva la prima comunità cristiana fondata dai cristiani fuggiti da Gerusalemme dopo la persecuzione scoppiata al tempo di Stefano.
Il cardinale Tettamanzi chiede ai suoi preti idealmente di tornare idealmente ai primi passi della Chiesa di Antiochia. A un tempo non proprio glorioso per la personale biografia di Paolo: mentre la comunità cristiana di Antiochia è fiorente e si sviluppa, egli è costretto a rimanere nella natia Tarso, inattivo, in seguito all’ostilità dei giudei prima a Damasco, poi a Gerusalemme. Ma la straordinaria avventura di Paolo, il suo ministero, la sua missione, maturano anche così, nell’inattività, nell’inutilità, nell’apparente fallimento.
Spiega Tettamanzi: «La vicenda di Paolo ci ricorda che l’efficacia della missione apostolica non dipende essenzialmente dalle energie del singolo o dal suo entusiasmo, dalla sua personalità. È invece frutto dell’opera dello Spirito e domanda profonda purificazione interiore. Opposizioni, soste forzate, insuccessi divengono occasione per la conversione personale, per quel rinnegamento di sé a cui il Signore chiama il discepolo, affinché la sua persona non faccia velo alla grazia».

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