"Premesse e prassi di ordine pastorale": questo il tema del seminario�svoltosi a Milano e rivolto alle realtà che si occupano di persone in condizione di grave emarginazione

di Silvio MENGOTTO
Redazione

“Persone senza dimora: premesse e prassi di ordine pastorale”: questo il tema del seminario organizzato ieri a Milano dalla Caritas Ambrosiana, a partire dalle risultanze degli incontri promossi negli anni scorsi sull’argomento dal Pontificio Consiglio per i Migranti e gli itineranti.
Al seminario, rivolto alle Caritas e alle realtà che si occupano direttamente o indirettamente di persone senza dimora e gravi emarginati, sono intervenuti don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana, monsignor Giuseppe Merisi, vescovo di Lodi e presidente della Caritas Italiana, Ivo Lizzola, docente alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bergamo, e padre Alberto Remondini s.j., della Fondazione S. Marcellino di Genova.
Davanzo ha posto la domanda di fondo: «Perché bisogna camminare insieme a queste persone quasi imprendibili? Anche loro sono destinatari del messaggio evangelico?». Un tema di difficile approccio nelle comunità parrocchiali, dove prevale ancora una cultura assistenziale, in un certo senso riduttiva.
Per monsignor Merisi la vicinanza alle persone senza fissa dimora nasce in primis dai riferimenti evangelici e dalla persona di Gesù, nel ricordo della parabola del buon samaritano. L’attenzione agli ultimi è presente negli organismi pastorali, così come in molti laici impegnati anche nelle istituzioni. Il vescovo, in particolare, ha ribadito l’importanza di una riflessione culturale che aiuti le comunità parrocchiali a pensare.
Per Lizzola quella dei senza dimora è una fragilità da accogliere e accompagnare, specialmente in un contesto sociale che vede avanzare un clima di sospetto e nuove forme di disprezzo e negazione dell’altro. «Cosa vediamo quando sulla strada incrociamo un povero senza dimora?», si è chiesto. A chi pensa sia necessario tenere ai margini i poveri, Lizzola – citando Simone Weil («bisogna lasciarci trasformare con tutte le nostre forze») – ha risposto che il povero non deve sentirsi abbandonato e che quindi occorre mettersi accanto a lui, perché possa sostenere il male che lo attraversa.
Per padre Remondini i poveri sono l’ago della bilancia tra bene e male: di loro a volte si ha paura; ci si sente come minacciati, per cui scatta la difesa. Che fare? I servizi ai poveri non devono essere scollegati dalla relazione: nella mensa dei poveri pranzare insieme a loro è cosa più educativa che servire loro il pranzo dallo sportello della cucina. L’altro non può essere solo un ricettore di servizi, deve sentirsi persona. Paradossalmente, ha continuato padre Alberto, bisogna non solo dare, ma chiedere qualcosa ai poveri: è fondamentale offrire loro la possibilità di nuove relazioni. Dalla relazione si può far riemergere un’autostima sin lì mutilata. “Persone senza dimora: premesse e prassi di ordine pastorale”: questo il tema del seminario organizzato ieri a Milano dalla Caritas Ambrosiana, a partire dalle risultanze degli incontri promossi negli anni scorsi sull’argomento dal Pontificio Consiglio per i Migranti e gli itineranti.Al seminario, rivolto alle Caritas e alle realtà che si occupano direttamente o indirettamente di persone senza dimora e gravi emarginati, sono intervenuti don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana, monsignor Giuseppe Merisi, vescovo di Lodi e presidente della Caritas Italiana, Ivo Lizzola, docente alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bergamo, e padre Alberto Remondini s.j., della Fondazione S. Marcellino di Genova.Davanzo ha posto la domanda di fondo: «Perché bisogna camminare insieme a queste persone quasi imprendibili? Anche loro sono destinatari del messaggio evangelico?». Un tema di difficile approccio nelle comunità parrocchiali, dove prevale ancora una cultura assistenziale, in un certo senso riduttiva.Per monsignor Merisi la vicinanza alle persone senza fissa dimora nasce in primis dai riferimenti evangelici e dalla persona di Gesù, nel ricordo della parabola del buon samaritano. L’attenzione agli ultimi è presente negli organismi pastorali, così come in molti laici impegnati anche nelle istituzioni. Il vescovo, in particolare, ha ribadito l’importanza di una riflessione culturale che aiuti le comunità parrocchiali a pensare.Per Lizzola quella dei senza dimora è una fragilità da accogliere e accompagnare, specialmente in un contesto sociale che vede avanzare un clima di sospetto e nuove forme di disprezzo e negazione dell’altro. «Cosa vediamo quando sulla strada incrociamo un povero senza dimora?», si è chiesto. A chi pensa sia necessario tenere ai margini i poveri, Lizzola – citando Simone Weil («bisogna lasciarci trasformare con tutte le nostre forze») – ha risposto che il povero non deve sentirsi abbandonato e che quindi occorre mettersi accanto a lui, perché possa sostenere il male che lo attraversa.Per padre Remondini i poveri sono l’ago della bilancia tra bene e male: di loro a volte si ha paura; ci si sente come minacciati, per cui scatta la difesa. Che fare? I servizi ai poveri non devono essere scollegati dalla relazione: nella mensa dei poveri pranzare insieme a loro è cosa più educativa che servire loro il pranzo dallo sportello della cucina. L’altro non può essere solo un ricettore di servizi, deve sentirsi persona. Paradossalmente, ha continuato padre Alberto, bisogna non solo dare, ma chiedere qualcosa ai poveri: è fondamentale offrire loro la possibilità di nuove relazioni. Dalla relazione si può far riemergere un’autostima sin lì mutilata.

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