Un sacerdote originario del Burundi, laureato alla Facoltà Teologica dell'Italia settentrionale di Milano, ordinato otto anni fa, oggi parroco in due paesi nei pressi di Sestri Levante e rettore di un Santuario, commenta il dato numerico dei 18 diaconi divenuti presbiteri in giugno nella nostra Diocesi

don Cyriaque BIGIRIMANA Parroco della diocesi di Chiavari, rettore del santuario di Velva, dedicato alla Madonna della Guardia Intervento pubblicato sul numero di luglio del Sancarlino, mensile della parrocchia di S. Carlo alla Ca' Granda
Redazione

È vero che la nostra epoca conosce mutamenti su tutti i profili, culturale, sociale e religioso. È vero che la legge del cambiamento è intrinseca alla vita stessa. Ma è altrettanto vero che gli uomini e le donne non sono mai pronti per il cambiamento! Ne sono sempre intimoriti e a volte ne rimangono disorientati.
Limitandomi a quanto riguarda la vita della Chiesa, la quale conosce non poche e radicali trasformazioni, mi pare di notare la predominanza di tale atteggiamento di paura e di scombussolamento. Ma è l’unico atteggiamento possibile? Un dato è certo: oggi ci sono poche ordinazioni rispetto a 50 anni fa; ci sono più campanili che parroci; è pure senza margine di dubbio che alcuni Seminari chiudono e, in quelli rimasti aperti, il numero dei seminaristi si sia visibilmente ridotto. Tutti questi fattori, a mio avviso, seppure siano realissimi, non devono spaventarci e soprattutto non devono farci credere che la nostra epoca sia più sfortunata rispetto al passato.
Penso piuttosto che anche i tempi odierni, con tutte le loro caratteristiche, siano favorevoli all’annuncio di Cristo e del suo Vangelo. Ciò chiede naturalmente da parte nostra un grande coraggio di responsabilità e di scelte nuove. Vale a dire che dobbiamo innanzitutto accogliere e abitare il nostro tempo senza pregiudizi e senza rimpianti per il passato. Accolta come è in se stessa, la nostra epoca è portatrice di tante nuove opportunità per la manifestazione del messaggio evangelico. È vero che la nostra epoca conosce mutamenti su tutti i profili, culturale, sociale e religioso. È vero che la legge del cambiamento è intrinseca alla vita stessa. Ma è altrettanto vero che gli uomini e le donne non sono mai pronti per il cambiamento! Ne sono sempre intimoriti e a volte ne rimangono disorientati.Limitandomi a quanto riguarda la vita della Chiesa, la quale conosce non poche e radicali trasformazioni, mi pare di notare la predominanza di tale atteggiamento di paura e di scombussolamento. Ma è l’unico atteggiamento possibile? Un dato è certo: oggi ci sono poche ordinazioni rispetto a 50 anni fa; ci sono più campanili che parroci; è pure senza margine di dubbio che alcuni Seminari chiudono e, in quelli rimasti aperti, il numero dei seminaristi si sia visibilmente ridotto. Tutti questi fattori, a mio avviso, seppure siano realissimi, non devono spaventarci e soprattutto non devono farci credere che la nostra epoca sia più sfortunata rispetto al passato.Penso piuttosto che anche i tempi odierni, con tutte le loro caratteristiche, siano favorevoli all’annuncio di Cristo e del suo Vangelo. Ciò chiede naturalmente da parte nostra un grande coraggio di responsabilità e di scelte nuove. Vale a dire che dobbiamo innanzitutto accogliere e abitare il nostro tempo senza pregiudizi e senza rimpianti per il passato. Accolta come è in se stessa, la nostra epoca è portatrice di tante nuove opportunità per la manifestazione del messaggio evangelico. Allargare i confini Con i miei amici, drammatizzando, dico che non ci sono pochi preti, ma troppe chiese! Al di là dello scherzo, penso che la diminuzione dei sacerdoti ci richiami a un avvicinamento delle nostre chiese (le nostre parrocchie), quindi a un allargamento dei nostri confini. Ciò non è perdita della propria identità, bensì una sua più grande manifestazione e arricchimento della nostra fede. L’apertura delle nostre comunità e soprattutto dei nostri cuori verso gli altri dice il nostro amore per Dio e per la sua Chiesa; cioè quanto siamo disposti a scomodarci per incontrarlo…Insomma, il sacrificio che ci viene chiesto dalle condizioni attuali della nostra Chiesa è segno di quanto quest’ultima ci sta a cuore. I preti sono pochi, anzi pochissimi, se vogliono continuare a percorrere le strade di sempre; ma se abbiamo il coraggio di individuarne di nuove, cioè quelle della comunione e della corresponsabilità soprattutto con i laici, io – che guardo con gli occhi di uno delle “terre di missione” – non mi lamenterei ancora della mancanza di sacerdoti, ma piuttosto della resistenza ad aprirsi, a muoversi, a incontrarsi (anche se questo vuol dire anche scontrarsi), della fatica a centrare la nostra fede più su Gesù Cristo che su tale campanile, su tale messa o su tale posto a sedere (sapete che c’è gente che, se non va alla messa in quella chiesa, in quel preciso orario e se non si siede in quel posto… preferisce non andarci del tutto?!?).Al di là di queste mie parole, credo soprattutto che, oggi come ieri, lo Spirito è sempre all’opera e che Cristo non farà mai mancare i suoi ministri alla sua Chiesa. «Che tutti siano una sola cosa perché il mondo creda!» (Gv 17, 1-25).

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