Per la terza catechesi quaresimale "La morale: cammino di santità", l'Arcivescovo ha scelto come luogo la Fondazione Don Gnocchi nella cappella vicina alla tomba di don Carlo che in ottobre sarà beatificato

Ennio APECITI responsabile Servizio per le Cause dei santi
Redazione

La catechesi del cardinale Tettamanzi presso il Centro Pilota della Fondazione Don Carlo Gnocchi sulla santità mi ha richiamato alla mente le parole della Lettera che Giovanni Paolo II scrisse a conclusione del Grande Giubileo del Duemila, la Novo Millennio ineunte, «il manifesto per il terzo millennio cristiano».
Il Papa scriveva: «In primo luogo non esito a dire che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità». La prima conseguenza della contemplazione del volto di Cristo, il primo impegno di chiunque creda, la prima condizione della vita cristiana è la santità. Lo è da sempre: non a caso il primo nome con cui furono chiamati i cristiani fu «i santi». Santi sono e devono essere i cristiani, perché chiamati ad essere non solo «immagine e somiglianza di Dio» (Gen 1, 26), ma ancor più «Suoi figli» ed «eredi» (Rom 8, 17), perché tali ci ha chiamati il Signore risorto, quando disse alla Maddalena: «Va’ dai miei fratelli e di’ loro che io salgo al Padre mio e Padre vostro» (Gv 20, 17). Noi siamo "figli" di questo Dio, che dice di Sé e chiede a noi: «Siate santi, perché io Sono santo» (Lev 11, 44). In Dio stesso si fonda la vocazione alla santità del cristiano.
Per questo il Concilio Vaticano II nella Costituzione Dogmatica – aggettivo importante! – Lumen Gentium parla di «vocazione universale alla santità» (n. 39): ogni uomo ed ogni donna vi sono chiamati. Quando Dio concepisce un uomo nel grembo di sua madre, ha un solo desiderio: quel bimbo ancora in embrione sia come Lui, Santo!
Èper questo che Giovanni Paolo II scrisse: la santità è «la misura alta della vita cristiana ordinaria». Alta significa che chiede impegno, tensione al "di più". Ordinaria ricorda che questo "impegno" è semplicemente "normale" per un cristiano, per un uomo: la santità non è l’eccezione, ma la "norma". Essere "normale" per un cristiano significa "essere santo". Diversamente, un cristiano non è "normale": è "mediocre".
Quale sia poi la via alla santità, lo disse con chiarezza Giovanni Paolo II: «L’altro grande ambito (è) quello della comunione (koinonìa) che incarna e manifesta l’essenza stessa del mistero della Chiesa» (n. 42). Vale la pena osservare che «l’altro», alter in latino, significa "l’altro di due", nel senso che l’uno non può stare senza l’altro, l’uno rimanda all’altro: la santità rimanda alla "comunione", alla "carità". La santità si realizza vivendo in comunione e in carità, secondo le parole del Signore: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35). Non c’è altra strada: non può mancare "tra noi", tra cristiani il reciproco amore, la reciproca accoglienza. Prima – o meglio: insieme – all’amore per "il mondo", per "gli uomini", occorre che ci sia amore per "questi" fratelli, quelli che mi stanno accanto e con i quali percorro il sentiero della vita: «Le parole del Signore, a questo proposito, – diceva Giovanni Paolo II – sono troppo precise per poterne ridurre la portata. Tante cose, anche nel nuovo secolo, saranno necessarie per il cammino storico della Chiesa; ma se mancherà la carità (agape), tutto sarà inutile» (n. 42).
La conclusione del Papa mi ha fatto sempre riflettere: solo se saremo "santi nell’amore", solo se faremo della Chiesa la «Casa e la scuola della comunione», potremo infiammare il mondo.
Don Carlo Gnocchi ne era convinto: «Nulla è più santificante e salvifico della santità». Basta un santo per infiammare il mondo: perché non provarci? La catechesi del cardinale Tettamanzi presso il Centro Pilota della Fondazione Don Carlo Gnocchi sulla santità mi ha richiamato alla mente le parole della Lettera che Giovanni Paolo II scrisse a conclusione del Grande Giubileo del Duemila, la Novo Millennio ineunte, «il manifesto per il terzo millennio cristiano».Il Papa scriveva: «In primo luogo non esito a dire che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità». La prima conseguenza della contemplazione del volto di Cristo, il primo impegno di chiunque creda, la prima condizione della vita cristiana è la santità. Lo è da sempre: non a caso il primo nome con cui furono chiamati i cristiani fu «i santi». Santi sono e devono essere i cristiani, perché chiamati ad essere non solo «immagine e somiglianza di Dio» (Gen 1, 26), ma ancor più «Suoi figli» ed «eredi» (Rom 8, 17), perché tali ci ha chiamati il Signore risorto, quando disse alla Maddalena: «Va’ dai miei fratelli e di’ loro che io salgo al Padre mio e Padre vostro» (Gv 20, 17). Noi siamo "figli" di questo Dio, che dice di Sé e chiede a noi: «Siate santi, perché io Sono santo» (Lev 11, 44). In Dio stesso si fonda la vocazione alla santità del cristiano.Per questo il Concilio Vaticano II nella Costituzione Dogmatica – aggettivo importante! – Lumen Gentium parla di «vocazione universale alla santità» (n. 39): ogni uomo ed ogni donna vi sono chiamati. Quando Dio concepisce un uomo nel grembo di sua madre, ha un solo desiderio: quel bimbo ancora in embrione sia come Lui, Santo!Èper questo che Giovanni Paolo II scrisse: la santità è «la misura alta della vita cristiana ordinaria». Alta significa che chiede impegno, tensione al "di più". Ordinaria ricorda che questo "impegno" è semplicemente "normale" per un cristiano, per un uomo: la santità non è l’eccezione, ma la "norma". Essere "normale" per un cristiano significa "essere santo". Diversamente, un cristiano non è "normale": è "mediocre".Quale sia poi la via alla santità, lo disse con chiarezza Giovanni Paolo II: «L’altro grande ambito (è) quello della comunione (koinonìa) che incarna e manifesta l’essenza stessa del mistero della Chiesa» (n. 42). Vale la pena osservare che «l’altro», alter in latino, significa "l’altro di due", nel senso che l’uno non può stare senza l’altro, l’uno rimanda all’altro: la santità rimanda alla "comunione", alla "carità". La santità si realizza vivendo in comunione e in carità, secondo le parole del Signore: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35). Non c’è altra strada: non può mancare "tra noi", tra cristiani il reciproco amore, la reciproca accoglienza. Prima – o meglio: insieme – all’amore per "il mondo", per "gli uomini", occorre che ci sia amore per "questi" fratelli, quelli che mi stanno accanto e con i quali percorro il sentiero della vita: «Le parole del Signore, a questo proposito, – diceva Giovanni Paolo II – sono troppo precise per poterne ridurre la portata. Tante cose, anche nel nuovo secolo, saranno necessarie per il cammino storico della Chiesa; ma se mancherà la carità (agape), tutto sarà inutile» (n. 42).La conclusione del Papa mi ha fatto sempre riflettere: solo se saremo "santi nell’amore", solo se faremo della Chiesa la «Casa e la scuola della comunione», potremo infiammare il mondo.Don Carlo Gnocchi ne era convinto: «Nulla è più santificante e salvifico della santità». Basta un santo per infiammare il mondo: perché non provarci? – “Occorre investire sui gruppi di ascolto”

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