«La gente ora capisce che è importante pregare nel luogo della quotidianità piuttosto che l'acqua santa»

Luisa BOVE
Redazione

Nella parrocchia di S. Elena in zona S. Siro (12.500 abitanti), le benedizioni natalizie le fanno «due sacerdoti e mezzo»: il parroco, don Matteo Panzeri e un prete residente che dà una mano quando può. «Abbiamo suddiviso il territorio in tre settori e ogni anno ne facciamo uno», dice il coadiutore. Le visite alle famiglie sono dal lunedì al venerdì dalle 5 alle 8 di sera, «perché cerchiamo di incontrare la gente negli orari in cui è più facile trovarli a casa». Ci sono molte famiglie e anziani, ma non abbiamo tanti stranieri: «Un intero caseggiato è abitato da magrebini, poi in percentuali molto basse mediorientali, asiatici e sudamericani». Sono soprattutto famiglie giovani, con le quali vivono anche persone anziane. I ragazzi che frequentano le scuole del quartiere, spiega don Matteo, «vengono da noi per il catechismo».
La maggior parte dei parrocchiani si dimostra «accogliente» e riceve volentieri il sacerdote, «anche se capita ogni anno che qualche porta non si apra». I sacerdoti preferiscono usare l’espressione «visita alla famiglia» piuttosto che «benedizione della casa» perché «non è un gesto scaramantico». C’è ancora chi apre tutte le porte dei locali o la mamma che chiede di benedire la stanza del figlio, «ma è per rendermi partecipe delle proprie ansie positive per la crescita del ragazzo», ammette don Matteo. «La gente ora va più all’essenziale e capisce che è importante la preghiera nel luogo della vita quotidiana piuttosto che lo scaccia-spiriti».
A S. Giovanni Evangelista, nel decanato Zara, le benedizioni natalizie sono iniziate il 3 novembre e finiranno a gennaio perché sono solo «due preti e un quarto» quelli impegnati nelle visite che si svolgono per cinque sere alla settimana dalle 18 alle 20.30. «Il desiderio», assicura padre Giorgio Tarter, «è di raggiungere tutte le famiglie (in parrocchia sono 3500, ndr), per questo dopo Natale le visite riprenderanno».
Prima dell’incontro con il sacerdote, i laici portano una lettera del parroco, la busta per l’offerta e un libretto, «quest’anno abbiamo scelto la vita del santo Curato d’Ars uscita in edizione ridotta». Quindi viene esposto l’avviso per gli inquilini dove è indicato il giorno e l’ora in cui passerà il sacerdote per la benedizione.
Il territorio della parrocchia comprende anche via Imbonati e viale Jenner, «che portano con sé le problematiche dell’immigrazione di massa». Solo per dare un’idea, dice il parroco, «abbiamo un caseggiato di circa 60 appartamenti (e non è l’unico) in cui gli italiani rimasti sono soltanto 5». Ma quando padre Tarter vede sulla porta un nome che fa presumere abiti una famiglia islamica «io suono lo stesso, almeno per salutare», dice il religioso, «e se sono cristiani ortodossi mi invitano a entrare a pregare». Con i filippini e i sudamericani l’integrazione è buona, si inseriscono facilmente nella comunità. «Nel nuovo Consiglio pastorale abbiamo una donna dello Sri Lanka e un africano, mentre nel coro parrocchiale ci sono diversi bambini filippini». Grazie al catechismo, al doposcuola per i ragazzi delle medie e alle stesse visite natalizie si raggiungono tanti stranieri e «si aprono nuove strade». Il parroco non fa «demagogia sulla facile integrazione, perché i problemi ci sono, ma anche le risorse. Il mondo va visto con fiducia e con prudenza». Nella parrocchia di S. Elena in zona S. Siro (12.500 abitanti), le benedizioni natalizie le fanno «due sacerdoti e mezzo»: il parroco, don Matteo Panzeri e un prete residente che dà una mano quando può. «Abbiamo suddiviso il territorio in tre settori e ogni anno ne facciamo uno», dice il coadiutore. Le visite alle famiglie sono dal lunedì al venerdì dalle 5 alle 8 di sera, «perché cerchiamo di incontrare la gente negli orari in cui è più facile trovarli a casa». Ci sono molte famiglie e anziani, ma non abbiamo tanti stranieri: «Un intero caseggiato è abitato da magrebini, poi in percentuali molto basse mediorientali, asiatici e sudamericani». Sono soprattutto famiglie giovani, con le quali vivono anche persone anziane. I ragazzi che frequentano le scuole del quartiere, spiega don Matteo, «vengono da noi per il catechismo».La maggior parte dei parrocchiani si dimostra «accogliente» e riceve volentieri il sacerdote, «anche se capita ogni anno che qualche porta non si apra». I sacerdoti preferiscono usare l’espressione «visita alla famiglia» piuttosto che «benedizione della casa» perché «non è un gesto scaramantico». C’è ancora chi apre tutte le porte dei locali o la mamma che chiede di benedire la stanza del figlio, «ma è per rendermi partecipe delle proprie ansie positive per la crescita del ragazzo», ammette don Matteo. «La gente ora va più all’essenziale e capisce che è importante la preghiera nel luogo della vita quotidiana piuttosto che lo scaccia-spiriti».A S. Giovanni Evangelista, nel decanato Zara, le benedizioni natalizie sono iniziate il 3 novembre e finiranno a gennaio perché sono solo «due preti e un quarto» quelli impegnati nelle visite che si svolgono per cinque sere alla settimana dalle 18 alle 20.30. «Il desiderio», assicura padre Giorgio Tarter, «è di raggiungere tutte le famiglie (in parrocchia sono 3500, ndr), per questo dopo Natale le visite riprenderanno».Prima dell’incontro con il sacerdote, i laici portano una lettera del parroco, la busta per l’offerta e un libretto, «quest’anno abbiamo scelto la vita del santo Curato d’Ars uscita in edizione ridotta». Quindi viene esposto l’avviso per gli inquilini dove è indicato il giorno e l’ora in cui passerà il sacerdote per la benedizione.Il territorio della parrocchia comprende anche via Imbonati e viale Jenner, «che portano con sé le problematiche dell’immigrazione di massa». Solo per dare un’idea, dice il parroco, «abbiamo un caseggiato di circa 60 appartamenti (e non è l’unico) in cui gli italiani rimasti sono soltanto 5». Ma quando padre Tarter vede sulla porta un nome che fa presumere abiti una famiglia islamica «io suono lo stesso, almeno per salutare», dice il religioso, «e se sono cristiani ortodossi mi invitano a entrare a pregare». Con i filippini e i sudamericani l’integrazione è buona, si inseriscono facilmente nella comunità. «Nel nuovo Consiglio pastorale abbiamo una donna dello Sri Lanka e un africano, mentre nel coro parrocchiale ci sono diversi bambini filippini». Grazie al catechismo, al doposcuola per i ragazzi delle medie e alle stesse visite natalizie si raggiungono tanti stranieri e «si aprono nuove strade». Il parroco non fa «demagogia sulla facile integrazione, perché i problemi ci sono, ma anche le risorse. Il mondo va visto con fiducia e con prudenza».

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