Il tradizionale incontro tra l'Arcivescovo e i missionari rientrati�in Italia�per un periodo di riposo è stata l'occasione per raccogliere le loro testimonianze, rinnovare la gratitudine della Diocesi e rinsaldare il legame spirituale con loro

Annamaria BRACCINI
Redazione

Il parroco che ha preso il posto di don Andrea Santoro in Turchia e che deve fare 15 ore di pullman per confessarsi dal confratello più vicino. Quello che sorvola per la prima volta la sua “parrocchia” – da sola più estesa di tutta la Chiesa ambrosiana -, su un piccolo aereo di fortuna ereditato di seconda mano dalla ricca Europa, e lo racconta ancora con grande emozione. C’è chi arriva dall’Asia, chi dal Brasile o dall’Africa, da comunità cattoliche poverissime, da Chiese “invisibili”, oppure da realtà saldamente radicate sul territorio. Sacerdoti diocesani Fidei donum, preti formati e inviati direttamente in terra di missione, religiosi e religiose di varie congregazioni, laici: tutti accomunati dalla passione di annunciare il Vangelo per le strade del mondo, concretamente, con convinta vocazione, attraversando oceani e continenti.
Sono circa 2000 – di cui 800 in Italia – i missionari nativi della Diocesi che hanno deciso di dedicare la loro vita a questo ministero. Il cardinale Tettamanzi, come è ormai tradizione, incontra in Curia a Milano quelli tra loro rientrati per un breve periodo di riposo, confermando così la sua gratitudine non solo ai 38 Fidei donum e ai 7 laici ambrosiani, oggi impegnati “sul campo” in varie parti del mondo, dall’Albania all’Argentina, dal Brasile al Burundi, dal Camerun alla Colombia, da Haiti al Kazakstan, dal Messico al Perù, dalla Turchia alla “storica” missione in Zambia. Con loro, idealmente, l’Arcivescovo saluta infatti tutti i sessanta, tra preti, diaconi e laici, che hanno vissuto in questi anni un’esperienza missionaria.
Tra una testimonianza e l’altra si può dialogare sulla condizione del centro del Brasile o domandare, spostandosi semplicemente di qualche passo, come sia il “volto” della Chiesa in Asia. «Vorrei che ci fosse una maggiore libertà e forza di propositiva dei laici, più ministerialità, come è da noi – dice suor Annamaria Pastorelli -. Ormai parlo meglio il portoghese dell’italiano», riflette, quasi scusandosi, dopo ben 32 anni trascorsi nella zona più inaccessibile e povera dell’Amazzonia. «Portare il Vangelo, come faccio io in Thailandia, non è semplice, bisogna abituarsi alle sconfitte», le fa eco padre Claudio Corti, missionario del Pime originario di Maggianico, che aggiunge: «Laggiù noi cattolici siamo pochi, pochissimi, l’0,05% della popolazione: 250 mila fedeli su 60 milioni di abitanti. Io sono in missione al confine con il Mnyamar, la ex-Birmania, e ho a che fare con rifugiati che non posseggono nulla. Sono in maggioranza “animisti”, ma il compito affidatoci è bellissimo». E poi, la proposta che non ti aspetti: «Perché non far vivere la quotidianità della missione a tutti i nostri sacerdoti – dice ancora suor Annamaria -, per almeno un mese, non in città, ma nei villaggi più sperduti? Imparerebbero tanto della corresponsabilità sacerdotale e laicale». Il parroco che ha preso il posto di don Andrea Santoro in Turchia e che deve fare 15 ore di pullman per confessarsi dal confratello più vicino. Quello che sorvola per la prima volta la sua “parrocchia” – da sola più estesa di tutta la Chiesa ambrosiana -, su un piccolo aereo di fortuna ereditato di seconda mano dalla ricca Europa, e lo racconta ancora con grande emozione. C’è chi arriva dall’Asia, chi dal Brasile o dall’Africa, da comunità cattoliche poverissime, da Chiese “invisibili”, oppure da realtà saldamente radicate sul territorio. Sacerdoti diocesani Fidei donum, preti formati e inviati direttamente in terra di missione, religiosi e religiose di varie congregazioni, laici: tutti accomunati dalla passione di annunciare il Vangelo per le strade del mondo, concretamente, con convinta vocazione, attraversando oceani e continenti.Sono circa 2000 – di cui 800 in Italia – i missionari nativi della Diocesi che hanno deciso di dedicare la loro vita a questo ministero. Il cardinale Tettamanzi, come è ormai tradizione, incontra in Curia a Milano quelli tra loro rientrati per un breve periodo di riposo, confermando così la sua gratitudine non solo ai 38 Fidei donum e ai 7 laici ambrosiani, oggi impegnati “sul campo” in varie parti del mondo, dall’Albania all’Argentina, dal Brasile al Burundi, dal Camerun alla Colombia, da Haiti al Kazakstan, dal Messico al Perù, dalla Turchia alla “storica” missione in Zambia. Con loro, idealmente, l’Arcivescovo saluta infatti tutti i sessanta, tra preti, diaconi e laici, che hanno vissuto in questi anni un’esperienza missionaria.Tra una testimonianza e l’altra si può dialogare sulla condizione del centro del Brasile o domandare, spostandosi semplicemente di qualche passo, come sia il “volto” della Chiesa in Asia. «Vorrei che ci fosse una maggiore libertà e forza di propositiva dei laici, più ministerialità, come è da noi – dice suor Annamaria Pastorelli -. Ormai parlo meglio il portoghese dell’italiano», riflette, quasi scusandosi, dopo ben 32 anni trascorsi nella zona più inaccessibile e povera dell’Amazzonia. «Portare il Vangelo, come faccio io in Thailandia, non è semplice, bisogna abituarsi alle sconfitte», le fa eco padre Claudio Corti, missionario del Pime originario di Maggianico, che aggiunge: «Laggiù noi cattolici siamo pochi, pochissimi, l’0,05% della popolazione: 250 mila fedeli su 60 milioni di abitanti. Io sono in missione al confine con il Mnyamar, la ex-Birmania, e ho a che fare con rifugiati che non posseggono nulla. Sono in maggioranza “animisti”, ma il compito affidatoci è bellissimo». E poi, la proposta che non ti aspetti: «Perché non far vivere la quotidianità della missione a tutti i nostri sacerdoti – dice ancora suor Annamaria -, per almeno un mese, non in città, ma nei villaggi più sperduti? Imparerebbero tanto della corresponsabilità sacerdotale e laicale». Gioia e familiarità Insomma, un riunirsi segnato da grande gioia, tiene a sottolineare l’Arcivescovo, accolto da un caloroso applauso in apertura di un dialogo più volte da lui stesso definito familiare e dove, infatti, ritornano i temi che hanno impegnato la diocesi con il Percorso pastorale triennale dedicato alla famiglia e appena conclusosi. Anche se ogni cammino, come spiega il Cardinale, «non finisce mai, come la vera missionarietà, perché la più autentica forma della missione è la fedeltà al Vangelo».E così la riflessione diviene anche un annuncio, atteso, sulle questioni che verranno affrontate nel prossimo anno pastorale, incentrato sull’Anno sacerdotale – indetto da Benedetto XVI per la Chiesa universale – e sul legame sinergico degli ordinati con il sacerdozio di tutti i battezzati. Secondo una vocazione che, con diversi carismi, riguarda ogni cristiano e la sua “qualità”: questione che rimane fondamentale anche a riguardo ai preti, per i quali ha, comunque, «un suo peso doloroso la diminuzione delle vocazioni sacerdotali».«La nostra Chiesa – conclude l’Arcivescovo – è attenta e grata ai tanti missionari che la arricchiscono. Rientrare, anche per un breve periodo di riposo a casa, alla terra dove si è stati allevati ed educati nella fede e ai sacramenti, può essere un’occasione utilissima per conoscerci ancora più in profondità, per poi tornare rinnovati al servizio di Dio, in missione, vicino ai fratelli spesso più sfortunati e alle situazioni di maggiore sofferenza».Vocazione e missione da vivere, raccomanda il Cardinale, nella sobrietà evangelica e nella consapevolezza dei propri limiti umani, senza rincorrere il lavoro a ogni costo, ma «prendendosi pause di silenzio e di preghiera», magari con gesti e parole semplici, come quelle che vengono dall’intuizione di una donna, dall’esempio più bello e dolce: Maria, la Madre del Signore.

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