Le prese di posizione su temi sociali generano più consenso di quelle morali. Ma costituiscono un binomio inscindibile per chi è convinto del proprio�dovere educativo e, nello stesso tempo, presente nell'emergenza

Nota SIR
Redazione

Carità e verità saranno, con ogni probabilità, le due parole-chiave dell’Enciclica sociale di Benedetto XVI di cui molto si parla. E sono anche la cifra di un pontificato che proietta il Papa pellegrino, prima nell’Abruzzo del terremoto, e poi in Terra Santa. Recentemente, in un fondo per il Corriere della sera, Michele Salvati ha sottolineato quanto le iniziative «di carità» della Chiesa – dalla crisi al terremoto – suscitino consenso, a differenza delle prese di posizione «intransigenti» in materia di vita e di morale, il cui esito nell’opinione pubblica risulterebbe invece molto più aleatorio. E ha concluso: «Non converrebbe alla Cei concentrarsi maggiormente su un terreno, quello della carità, in cui la Chiesa di sconfitte non ne può subire?».
Sottile seduzione, questa, che ciclicamente si ripropone, come ciclicamente si ripresenta una contrapposizione (anche, talora, nel dibattito intra-ecclesiale) tra una Chiesa attiva nelle opere di carità e un’altra invece più “occhiutamente” concentrata sui principi. Gli anni del post-Concilio sono stati segnati da queste discussioni, e anche esperienze forti come quelle latino-americane ne sono state attraversate.
La conclusione è stata molto esplicita. L’originalità, la caratteristica e la forza di testimonianza del cattolicesimo oggi è proprio nell’attenzione globale e disinteressata alla persona. Questa peraltro è sempre stata la cifra della dottrina sociale e della quasi bicentenaria vicenda del “movimento cattolico”. Questa è la testimonianza della santità sociale: gli ultimi due secoli sono costellati di personalità, preti e laici, frati e suore, attivi e creativi nella vita sociale, capaci d’intervenire in modo originale e pregnante sulle emergenze sociali, le più diverse, proprio in forza del “di più” che viene dalla fede e da una visione integrale della persona.
È qui la radice della “Chiesa del sì”, come ripete, sulla scorta del magistero papale, il presidente della Cei. Il cardinale Angelo Bagnasco, infatti, non ha mancato di sottolineare in molti dei suoi più recenti interventi proprio questo punto. È la realtà dinamica, di una Chiesa che annuncia e accompagna, che costantemente si riferisce a una «persona ricondotta a unità».
Certo, non è facile sostenere le ragioni dell’unità in una società che – molti dicono – è fatta a “coriandoli”, che sembra sfilacciarsi e sfrangiarsi da tutte le parti. Eppure questo è il punto, perché non si tratta di un’unità astratta, politica o intellettuale, ma parte dalla realtà della vita e della condizione umana. È il profilo di una Chiesa di popolo, attenta a distinguere il vero dal falso, il male dal bene, convinta nell’impegno educativo e, nello stesso tempo, presente su tutte le emergenze. Con un traguardo di speranza per tutti: la terza parola-chiave del magistero e del pontificato di Benedetto XVI. Carità e verità saranno, con ogni probabilità, le due parole-chiave dell’Enciclica sociale di Benedetto XVI di cui molto si parla. E sono anche la cifra di un pontificato che proietta il Papa pellegrino, prima nell’Abruzzo del terremoto, e poi in Terra Santa. Recentemente, in un fondo per il Corriere della sera, Michele Salvati ha sottolineato quanto le iniziative «di carità» della Chiesa – dalla crisi al terremoto – suscitino consenso, a differenza delle prese di posizione «intransigenti» in materia di vita e di morale, il cui esito nell’opinione pubblica risulterebbe invece molto più aleatorio. E ha concluso: «Non converrebbe alla Cei concentrarsi maggiormente su un terreno, quello della carità, in cui la Chiesa di sconfitte non ne può subire?».Sottile seduzione, questa, che ciclicamente si ripropone, come ciclicamente si ripresenta una contrapposizione (anche, talora, nel dibattito intra-ecclesiale) tra una Chiesa attiva nelle opere di carità e un’altra invece più “occhiutamente” concentrata sui principi. Gli anni del post-Concilio sono stati segnati da queste discussioni, e anche esperienze forti come quelle latino-americane ne sono state attraversate.La conclusione è stata molto esplicita. L’originalità, la caratteristica e la forza di testimonianza del cattolicesimo oggi è proprio nell’attenzione globale e disinteressata alla persona. Questa peraltro è sempre stata la cifra della dottrina sociale e della quasi bicentenaria vicenda del “movimento cattolico”. Questa è la testimonianza della santità sociale: gli ultimi due secoli sono costellati di personalità, preti e laici, frati e suore, attivi e creativi nella vita sociale, capaci d’intervenire in modo originale e pregnante sulle emergenze sociali, le più diverse, proprio in forza del “di più” che viene dalla fede e da una visione integrale della persona.È qui la radice della “Chiesa del sì”, come ripete, sulla scorta del magistero papale, il presidente della Cei. Il cardinale Angelo Bagnasco, infatti, non ha mancato di sottolineare in molti dei suoi più recenti interventi proprio questo punto. È la realtà dinamica, di una Chiesa che annuncia e accompagna, che costantemente si riferisce a una «persona ricondotta a unità».Certo, non è facile sostenere le ragioni dell’unità in una società che – molti dicono – è fatta a “coriandoli”, che sembra sfilacciarsi e sfrangiarsi da tutte le parti. Eppure questo è il punto, perché non si tratta di un’unità astratta, politica o intellettuale, ma parte dalla realtà della vita e della condizione umana. È il profilo di una Chiesa di popolo, attenta a distinguere il vero dal falso, il male dal bene, convinta nell’impegno educativo e, nello stesso tempo, presente su tutte le emergenze. Con un traguardo di speranza per tutti: la terza parola-chiave del magistero e del pontificato di Benedetto XVI.

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