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Redazione Diocesi

di don Mirko BELLORA

Vorrei poter inaugurare, un giorno, un anno santo al rovescio. Tutti quanti in chiesa, il vescovo vicino alla porta chiusa, con il martello che batte, la porta che si apre e il popolo di Dio che esce sulla piazza per portare Gesù Cristo agli altri. Perché � il problema più drammatico dei nostri giorni è quello di aprire le porte che dall’interno del tempio diano sulla piazza.

Con queste parole di mons. Tonino Bello davo inizio all’anno pastorale sull’informatore di ottobre. L’invito era ad aprire le porte, ad uscire sulla piazza, ad incontrarsi. Come ha saputo fare il nostro Maestro Gesù, uomo degli incontri, spesso descritto nei Vangeli come uno che “esce”, che ama stare “fuori”.

A tutto questo ci vuole richiamare il nostro prossimo Quaresimale dal titolo “Incontrarsi a Babele”. Di Babele si narra nel cap. 11 della Genesi. Città torre – inquietante ma sempre attuale – luogo della non comunicazione, della confusione, della divisione. Luogo di conquista, sopraffazione, non di dialogo. Luogo dell’orgoglio che vuole ridurre tutto a “una sola lingua”. Luogo dove Dio quasi si diverte a scombinare tutto: il contrappasso della pretesa di formare una convivenza di identici è la distruzione della convivenza e la separazione delle lingue. Il nome Babele significa confusione ma anche “porta di Dio”, quasi a dire che da lì sei chiamato a passare per incontrare Dio. Proprio per questo è urgente, necessario, “incontrarsi a Babele”. Ed è possibile.

Lo sperimento ogni giorno da “parroco di città” quale sono, felicemente. Perché la città, se sai ascoltare, è il luogo delle domande, degli interrogativi profondi, della libertà, di sussurri e grida, di molteplici cammini verso la verità � Per questo posso dire anch’io, come dice Vittorio Messori:

Mi trovo a mio agio in questa open society, in questa società aperta, come la chiamava Karl Popper, questa società sempre più meticcia e sempre più complessa. Amo la libertà annunciata dal Cristo e dal suo Vangelo, da proporre e mai da imporre. So che non può esserci virtù vera senza la possibilità di optare per il peccato. Mi piace la vita come avventura, dove santi e mascalzoni si intersecano, dove si confrontano il bene e il male. Amo le metropoli, le giungle d’asfalto, ben più del controllo sociale del villaggio amo il ribollire delle grandi città, dove la storia si costruisce attraverso la trama infinita dei liberi rapporti umani. Tutti i miei libri, del resto, li ho scritti pensando all’uomo della città secolare, non ai nostalgici di una cristianità ormai dissolta.

La città chiede audacia, genialità, ma anche ricerca, ascolto, sensibilità, pazienza, umiltà, misericordia. E’ lo stile che ci ha insegnato con forza profetica il Concilio Vaticano II, quello stile “rubato” a Gesù che racconta Dio nella mitezza, nella tenerezza, nella misericordia, dentro la libertà di ogni umana risposta. Uno stile che non ha i toni dell’arroganza, della forza, dell’imposizione �

Uno stile in cui confida don Angelo Casati anche lui, fino a pochi mesi fa, parroco di città:

Confidiamo nello stile di Gesù. Quello al pozzo di Sicar, nell’incontro con la donna samaritana. Non ci spetterebbe di sconfinare, come Gesù ha sconfinato? Prese quel giorno non la strada dritta, la tradizionale, per recarsi in Galilea. Deviò, sconfinò in terra di gente che nel giudizio del suo popolo aveva fama di razza religiosamente bastarda, popolo stupido agli occhi dei puri. Non dovremmo sconfinare anche noi e anziché parlare dalle cattedre, sedere al pozzo nell’ora più calda del giorno? Al pozzo di Sicar traspira la tenerezza di un amore più forte di ogni pregiudizio. Invece noi siamo lontani, lontanissimi dall’aver imparato la lezione del pozzo di Sicar. Di questo Gesù che passa i confini, il confine tra ortodossi e non ortodossi, tra puro e impuro, tra un monte dell’adorazione e un altro monte antagonista. Quale chiesa può far pulsare un fiotto di vita nelle vene dell’umanità? La chiesa che siede al pozzo, una chiesa mai stanca dell’umanità, mai stanca della compagnia degli uomini e delle donne del nostro tempo, una chiesa che parla sottovoce, come il rabbì alla donna del pozzo, una chiesa che sa chiedere un po’ d’acqua confessando il suo bisogno, una chiesa che parla delle cose della vita, una chiesa che non invade le coscienze, che fa emergere pazientemente le attese del cuore, scavando nel bene che rimane comunque in ogni cuore. Con che volto accostiamo l’altro, con che occhi lo guardiamo? Ci abita, dentro, lo sguardo del rabbì del pozzo per la donna samaritana? E sappiamo sognare, come faceva lui, il maestro? Uno stile da pellegrino-cercatore, con bastone e bisaccia, come ci suggerisce mons. Tonino Bello:

Cosa significa prendere il bastone del pellegrino? Frequentare i crocevia della storia. Aprirci a visioni planetarie. Cambiare mentalità e rotta. Sperimentare un nuovo modo di essere religiosi. Uscire dal guscio della ritualità. Confrontarci con gli altri. Andare verso l’incrocio delle culture. Ma non basta. Occorre anche la bisaccia: non quella del viandante, ma quella del cercatore, del mendicante. Noi cristiani siamo troppo abituati a riempire la bisaccia per andare a scaricarla agli altri. Invece ce la dobbiamo portare vuota, per riempirla dei valori che possono darci gli altri. Per incontrarsi a Babele bisogna camminare, uscire da sé, dai propri confini. Perché solo chi “sconfina” vede meglio e vede oltre. Perchè solo chi sa di non possedere la verità ma di esserne alunno, solo chi riconosce che la verità è più grande di lui e sempre lo supera, solo chi ama la libertà e il dialogo sa vivere quella splendida e complessa realtà che è l’incontro. Una realtà capace di impensabili e sorprendenti fecondità. E camminando, si apre il cammino …

Penso sia venuto il momento di fare un ulteriore passo, di allargare la discussione, di incoraggiare un più ampio confronto e di dissipare, forse, qualche malinteso, di gettare dei ponti, stimolare la traversata: che dei cristiani abbiano il coraggio di andare più avanti in terra laica, che dei laici osino avventurarsi con maggior decisione in terra evangelica. E’ tempo di avvicinare i liberi pensatori e i liberi credenti. (Gabriel Ringlet)

E’ proprio questo il tentativo che faranno i graditissimi ospiti del nostro quaresimale: mons. Franco Giulio Brambilla, il prof. Vito Mancuso, don Aristide Fumagalli, l’onorevole Rosy Bindi, don Roberto Vignolo. Ci spingeranno acutamente e audacemente sui sentieri del Vangelo e di Babele, della laicità e della mediazione culturale. Sui sentieri dell’incontro, di cui ogni fibra del nostro essere più profondo è segnata.

Qualcuno ha scritto che “Le fontane cantano sempre nella città muta di sogni”� Il mio sogno è che queste “fontane” siano proprio le persone, i cristiani, che sappiano dar voce ai sogni e ai bisogni di tutti.

di don Mirko BELLORAVorrei poter inaugurare, un giorno, un anno santo al rovescio. Tutti quanti in chiesa, il vescovo vicino alla porta chiusa, con il martello che batte, la porta che si apre e il popolo di Dio che esce sulla piazza per portare Gesù Cristo agli altri. Perché � il problema più drammatico dei nostri giorni è quello di aprire le porte che dall’interno del tempio diano sulla piazza.Con queste parole di mons. Tonino Bello davo inizio all’anno pastorale sull’informatore di ottobre. L’invito era ad aprire le porte, ad uscire sulla piazza, ad incontrarsi. Come ha saputo fare il nostro Maestro Gesù, uomo degli incontri, spesso descritto nei Vangeli come uno che “esce”, che ama stare “fuori”. A tutto questo ci vuole richiamare il nostro prossimo Quaresimale dal titolo “Incontrarsi a Babele”. Di Babele si narra nel cap. 11 della Genesi. Città torre – inquietante ma sempre attuale – luogo della non comunicazione, della confusione, della divisione. Luogo di conquista, sopraffazione, non di dialogo. Luogo dell’orgoglio che vuole ridurre tutto a “una sola lingua”. Luogo dove Dio quasi si diverte a scombinare tutto: il contrappasso della pretesa di formare una convivenza di identici è la distruzione della convivenza e la separazione delle lingue. Il nome Babele significa confusione ma anche “porta di Dio”, quasi a dire che da lì sei chiamato a passare per incontrare Dio. Proprio per questo è urgente, necessario, “incontrarsi a Babele”. Ed è possibile. Lo sperimento ogni giorno da “parroco di città” quale sono, felicemente. Perché la città, se sai ascoltare, è il luogo delle domande, degli interrogativi profondi, della libertà, di sussurri e grida, di molteplici cammini verso la verità � Per questo posso dire anch’io, come dice Vittorio Messori: Mi trovo a mio agio in questa open society, in questa società aperta, come la chiamava Karl Popper, questa società sempre più meticcia e sempre più complessa. Amo la libertà annunciata dal Cristo e dal suo Vangelo, da proporre e mai da imporre. So che non può esserci virtù vera senza la possibilità di optare per il peccato. Mi piace la vita come avventura, dove santi e mascalzoni si intersecano, dove si confrontano il bene e il male. Amo le metropoli, le giungle d’asfalto, ben più del controllo sociale del villaggio amo il ribollire delle grandi città, dove la storia si costruisce attraverso la trama infinita dei liberi rapporti umani. Tutti i miei libri, del resto, li ho scritti pensando all’uomo della città secolare, non ai nostalgici di una cristianità ormai dissolta. La città chiede audacia, genialità, ma anche ricerca, ascolto, sensibilità, pazienza, umiltà, misericordia. E’ lo stile che ci ha insegnato con forza profetica il Concilio Vaticano II, quello stile “rubato” a Gesù che racconta Dio nella mitezza, nella tenerezza, nella misericordia, dentro la libertà di ogni umana risposta. Uno stile che non ha i toni dell’arroganza, della forza, dell’imposizione �Uno stile in cui confida don Angelo Casati anche lui, fino a pochi mesi fa, parroco di città: Confidiamo nello stile di Gesù. Quello al pozzo di Sicar, nell’incontro con la donna samaritana. Non ci spetterebbe di sconfinare, come Gesù ha sconfinato? Prese quel giorno non la strada dritta, la tradizionale, per recarsi in Galilea. Deviò, sconfinò in terra di gente che nel giudizio del suo popolo aveva fama di razza religiosamente bastarda, popolo stupido agli occhi dei puri. Non dovremmo sconfinare anche noi e anziché parlare dalle cattedre, sedere al pozzo nell’ora più calda del giorno? Al pozzo di Sicar traspira la tenerezza di un amore più forte di ogni pregiudizio. Invece noi siamo lontani, lontanissimi dall’aver imparato la lezione del pozzo di Sicar. Di questo Gesù che passa i confini, il confine tra ortodossi e non ortodossi, tra puro e impuro, tra un monte dell’adorazione e un altro monte antagonista. Quale chiesa può far pulsare un fiotto di vita nelle vene dell’umanità? La chiesa che siede al pozzo, una chiesa mai stanca dell’umanità, mai stanca della compagnia degli uomini e delle donne del nostro tempo, una chiesa che parla sottovoce, come il rabbì alla donna del pozzo, una chiesa che sa chiedere un po’ d’acqua confessando il suo bisogno, una chiesa che parla delle cose della vita, una chiesa che non invade le coscienze, che fa emergere pazientemente le attese del cuore, scavando nel bene che rimane comunque in ogni cuore. Con che volto accostiamo l’altro, con che occhi lo guardiamo? Ci abita, dentro, lo sguardo del rabbì del pozzo per la donna samaritana? E sappiamo sognare, come faceva lui, il maestro? Uno stile da pellegrino-cercatore, con bastone e bisaccia, come ci suggerisce mons. Tonino Bello: Cosa significa prendere il bastone del pellegrino? Frequentare i crocevia della storia. Aprirci a visioni planetarie. Cambiare mentalità e rotta. Sperimentare un nuovo modo di essere religiosi. Uscire dal guscio della ritualità. Confrontarci con gli altri. Andare verso l’incrocio delle culture. Ma non basta. Occorre anche la bisaccia: non quella del viandante, ma quella del cercatore, del mendicante. Noi cristiani siamo troppo abituati a riempire la bisaccia per andare a scaricarla agli altri. Invece ce la dobbiamo portare vuota, per riempirla dei valori che possono darci gli altri. Per incontrarsi a Babele bisogna camminare, uscire da sé, dai propri confini. Perché solo chi “sconfina” vede meglio e vede oltre. Perchè solo chi sa di non possedere la verità ma di esserne alunno, solo chi riconosce che la verità è più grande di lui e sempre lo supera, solo chi ama la libertà e il dialogo sa vivere quella splendida e complessa realtà che è l’incontro. Una realtà capace di impensabili e sorprendenti fecondità. E camminando, si apre il cammino … Penso sia venuto il momento di fare un ulteriore passo, di allargare la discussione, di incoraggiare un più ampio confronto e di dissipare, forse, qualche malinteso, di gettare dei ponti, stimolare la traversata: che dei cristiani abbiano il coraggio di andare più avanti in terra laica, che dei laici osino avventurarsi con maggior decisione in terra evangelica. E’ tempo di avvicinare i liberi pensatori e i liberi credenti. (Gabriel Ringlet)E’ proprio questo il tentativo che faranno i graditissimi ospiti del nostro quaresimale: mons. Franco Giulio Brambilla, il prof. Vito Mancuso, don Aristide Fumagalli, l’onorevole Rosy Bindi, don Roberto Vignolo. Ci spingeranno acutamente e audacemente sui sentieri del Vangelo e di Babele, della laicità e della mediazione culturale. Sui sentieri dell’incontro, di cui ogni fibra del nostro essere più profondo è segnata. Qualcuno ha scritto che “Le fontane cantano sempre nella città muta di sogni”� Il mio sogno è che queste “fontane” siano proprio le persone, i cristiani, che sappiano dar voce ai sogni e ai bisogni di tutti.

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