La volontaria che l'anno scorso è stata in Nigeria con Raffaele Tozzi racconta la sua esperienza al ritorno da quel viaggio in terra africana

Simona LIMOLI
Redazione

E’ l’ultimo giorno e sono circa le 5.30 del mattino, tra un’ora si parte in macchina diretti all’aeroporto di Calabar dove un volo interno ci porterà a Lagos. Ha piovuto per quasi due giorni senza tregua, ma per fortuna la notte è trascorsa abbastanza tranquillamente senza provocare ulteriori danni sulle strade quasi dissestate. Se avesse piovuto troppo avremmo dovuto cambiare rotta e partire dall’aeroporto di Port Harcourt, meta non certo ambita e sicura per una Nigeria che agli occhi del mondo sembra offrire solo violenza.
Decidiamo di partire dall’Italia se pur bombardati dal terrorismo psicologico che scoraggia ogni visita a questo paese. Lasciamo a casa amici e parenti, giustamente preoccupati per la nostra sicurezza, a domandarsi il perché di un’avventura così pericolosa visti i recenti rapimenti e le violente rivolte in prossimità delle grandi piattaforme petrolifere.
A darci forza, forse l’incoscienza o forse il semplice fidarsi di chi lì c’era già stato. E così, quasi in silenzio, siamo partiti con don Canice, il prete nigeriano che dopo aver frequentato il seminario e aver vissuto parecchi anni in Italia, ora svolge il suo mandato di parroco in un piccolo villaggio vicino a Ikot Ikpene, meglio nota come la città della raffia.
Prima della partenza è stato fondamentale il supporto dei ragazzi del Gamis, gruppo missionario di Rho che segue e aiuta da anni don Canice nonché della stessa Caritas Ambrosiana direttamente coinvolta nel finanziamento, costruzione e sviluppo di una scuola; è lì che abbiamo svolto gran parte delle nostre attività.
Non è facile ora trasmettere a parole con la stessa nitidezza di quei giorni, i colori, gli odori e gli affetti che ci hanno accompagnato nel nostro viaggio.
Al ritorno, sembra quasi che la nostra gente voglia solo sentire racconti di povertà, di disperazione, di chi muore di fame ed è senza vestiti, di persone menomate che chiedono l’elemosina, del nostro aiuto concreto e manuale, del fare, del dare e ancora del fare e del dare…
E invece no. Io di questo piccolo frammento di Nigeria vorrei raccontare dei sorrisi, della grande dignità e dell’immensa accoglienza. Ho nel cuore il ricordo di bambini che hanno ancora voglia di correre scalzi e che si entusiasmano nel vedere girare delle trottole; di parrocchiani che ci offrono i frutti del loro piccolo orto come benvenuto; delle sante messe alle 6 del mattino a lume di candela perché senza elettricità; delle celebrazioni dove la gioia sgorga viva con i canti, le percussioni, le danze; di chi ci ha dato dei soldi da portare come offerta perché noi non ne avevamo, del gruppo giovani che ci ha regalato dei vestiti tipici del posto e fatti su misura per noi, dei molteplici cellulari attaccati alla corrente appena il generatore veniva azionato e dove il mio era veramente il peggiore; del funerale di Madam Theresa vissuto come gioiosa celebrazione di un Vita che ritorna al Padre; dei ragazzi che vivevano insieme a noi sempre servizievoli e pronti ad aiutarci; delle innumerevoli strette di mano fuori dalla chiesa, augurio e benedizione di buona giornata; ma più di tutti ricorderò l’eleganza della semplicità con cui Dio è stato in mezzo a noi, perché come ci ha scritto la giovane Uto “Non è l’aspetto di un Uomo a dirci com’è, ma la Sua Anima”. E’ l’ultimo giorno e sono circa le 5.30 del mattino, tra un’ora si parte in macchina diretti all’aeroporto di Calabar dove un volo interno ci porterà a Lagos. Ha piovuto per quasi due giorni senza tregua, ma per fortuna la notte è trascorsa abbastanza tranquillamente senza provocare ulteriori danni sulle strade quasi dissestate. Se avesse piovuto troppo avremmo dovuto cambiare rotta e partire dall’aeroporto di Port Harcourt, meta non certo ambita e sicura per una Nigeria che agli occhi del mondo sembra offrire solo violenza.Decidiamo di partire dall’Italia se pur bombardati dal terrorismo psicologico che scoraggia ogni visita a questo paese. Lasciamo a casa amici e parenti, giustamente preoccupati per la nostra sicurezza, a domandarsi il perché di un’avventura così pericolosa visti i recenti rapimenti e le violente rivolte in prossimità delle grandi piattaforme petrolifere.A darci forza, forse l’incoscienza o forse il semplice fidarsi di chi lì c’era già stato. E così, quasi in silenzio, siamo partiti con don Canice, il prete nigeriano che dopo aver frequentato il seminario e aver vissuto parecchi anni in Italia, ora svolge il suo mandato di parroco in un piccolo villaggio vicino a Ikot Ikpene, meglio nota come la città della raffia.Prima della partenza è stato fondamentale il supporto dei ragazzi del Gamis, gruppo missionario di Rho che segue e aiuta da anni don Canice nonché della stessa Caritas Ambrosiana direttamente coinvolta nel finanziamento, costruzione e sviluppo di una scuola; è lì che abbiamo svolto gran parte delle nostre attività.Non è facile ora trasmettere a parole con la stessa nitidezza di quei giorni, i colori, gli odori e gli affetti che ci hanno accompagnato nel nostro viaggio.Al ritorno, sembra quasi che la nostra gente voglia solo sentire racconti di povertà, di disperazione, di chi muore di fame ed è senza vestiti, di persone menomate che chiedono l’elemosina, del nostro aiuto concreto e manuale, del fare, del dare e ancora del fare e del dare…E invece no. Io di questo piccolo frammento di Nigeria vorrei raccontare dei sorrisi, della grande dignità e dell’immensa accoglienza. Ho nel cuore il ricordo di bambini che hanno ancora voglia di correre scalzi e che si entusiasmano nel vedere girare delle trottole; di parrocchiani che ci offrono i frutti del loro piccolo orto come benvenuto; delle sante messe alle 6 del mattino a lume di candela perché senza elettricità; delle celebrazioni dove la gioia sgorga viva con i canti, le percussioni, le danze; di chi ci ha dato dei soldi da portare come offerta perché noi non ne avevamo, del gruppo giovani che ci ha regalato dei vestiti tipici del posto e fatti su misura per noi, dei molteplici cellulari attaccati alla corrente appena il generatore veniva azionato e dove il mio era veramente il peggiore; del funerale di Madam Theresa vissuto come gioiosa celebrazione di un Vita che ritorna al Padre; dei ragazzi che vivevano insieme a noi sempre servizievoli e pronti ad aiutarci; delle innumerevoli strette di mano fuori dalla chiesa, augurio e benedizione di buona giornata; ma più di tutti ricorderò l’eleganza della semplicità con cui Dio è stato in mezzo a noi, perché come ci ha scritto la giovane Uto “Non è l’aspetto di un Uomo a dirci com’è, ma la Sua Anima”.

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