L'intervento del priore del monastero della SS Trinità all'inizio dei funerali del monaco scomparso in settimana

p. Adalberto PIOVANO
Redazione

“In verità vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. In questa parabola Gesù ha voluto custodire e manifestare il mistero della sua Pasqua, ma ha voluto anche indicarci il mistero della nostra Pasqua. Cadere nella terra, morire e non essere soli, produrre molto frutto. Sono le misteriose tappe che ci dischiudono la vera vita; una vita che produce molto frutto è una vita feconda per sé e per gli altri, è una vita che non ha più fine, perchè è nascosta con Cristo in Dio. Ed è questa la meta che il nostro fratello Antonio ha raggiunto: una vita nascosta con Cristo in Dio. Come chicco di grano il Signore lo ha scelto tra di noi, per seminarlo nella terra della nostra umanità e della nostra Chiesa. E il seme della sua vita donata è, in qualche modo, già germinato perché si intravede una fecondità proprio nella Chiesa oggi riunita attorno a lui per celebrare l’eucaristia.
È proprio quella Chiesa che lui ha tanto amato, la chiesa di Milano visibile oggi nel suo arcivescovo Dionigi e nel vescovo ausiliare Luigi, nei presbiteri (e in particolare quelli che hanno condiviso il suo cammino di formazione in seminario e sono stati ordinati con lui dal vescovo Carlo Maria), nei fratelli della sua comunità monastica, nei parenti, nei fedeli e negli amici della sua parrocchia di origine e di quella di Cuggiono, in cui ha svolto il suo ministero pastorale. A nome della comunità, ringrazio tutti (e in particolare l’arcivescovo Dionigi) per questa presenza di fede e di comunione. Un Chiesa che si raduna per celebrare l’eucaristia è un segno di fecondità per ciascuno di noi e per il mondo intero.
Ma il portare molto frutto di fr. Antonio vorrei coglierlo soprattutto in relazione alla nostra comunità monastica, nella quale era entrato per proseguire il suo cammino di sequela del Signore Gesù. Fr Antonio, tra di noi, è il primo fratello che il Signore ha chiamato a sé. E per una comunità giovane nel suo cammino e nei suoi membri, il senso di questa chiamata rimane misterioso. Dio conosce il perché di questa morte così inaspettata, il perché di questa chiamata proprio mentre Antonio si stava preparando alla sua professione monastica. Un infarto ha stroncato la vita di Antonio mentre seguiva un corso di formazione a Subiaco. “In verità vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. In questa parabola Gesù ha voluto custodire e manifestare il mistero della sua Pasqua, ma ha voluto anche indicarci il mistero della nostra Pasqua. Cadere nella terra, morire e non essere soli, produrre molto frutto. Sono le misteriose tappe che ci dischiudono la vera vita; una vita che produce molto frutto è una vita feconda per sé e per gli altri, è una vita che non ha più fine, perchè è nascosta con Cristo in Dio. Ed è questa la meta che il nostro fratello Antonio ha raggiunto: una vita nascosta con Cristo in Dio. Come chicco di grano il Signore lo ha scelto tra di noi, per seminarlo nella terra della nostra umanità e della nostra Chiesa. E il seme della sua vita donata è, in qualche modo, già germinato perché si intravede una fecondità proprio nella Chiesa oggi riunita attorno a lui per celebrare l’eucaristia.È proprio quella Chiesa che lui ha tanto amato, la chiesa di Milano visibile oggi nel suo arcivescovo Dionigi e nel vescovo ausiliare Luigi, nei presbiteri (e in particolare quelli che hanno condiviso il suo cammino di formazione in seminario e sono stati ordinati con lui dal vescovo Carlo Maria), nei fratelli della sua comunità monastica, nei parenti, nei fedeli e negli amici della sua parrocchia di origine e di quella di Cuggiono, in cui ha svolto il suo ministero pastorale. A nome della comunità, ringrazio tutti (e in particolare l’arcivescovo Dionigi) per questa presenza di fede e di comunione. Un Chiesa che si raduna per celebrare l’eucaristia è un segno di fecondità per ciascuno di noi e per il mondo intero.Ma il portare molto frutto di fr. Antonio vorrei coglierlo soprattutto in relazione alla nostra comunità monastica, nella quale era entrato per proseguire il suo cammino di sequela del Signore Gesù. Fr Antonio, tra di noi, è il primo fratello che il Signore ha chiamato a sé. E per una comunità giovane nel suo cammino e nei suoi membri, il senso di questa chiamata rimane misterioso. Dio conosce il perché di questa morte così inaspettata, il perché di questa chiamata proprio mentre Antonio si stava preparando alla sua professione monastica. Un infarto ha stroncato la vita di Antonio mentre seguiva un corso di formazione a Subiaco. Una piccola luce Dio conosce tutto questo, lo custodisce nel suo cuore; e questo ci da tanta speranza. Ma al Signore chiediamo che, nei tempi da lui scelti, faccia comprendere il senso di questo evento anche a ciascuno di noi, lo trasformi in una parola di salvezza per la nostra comunità, lo faccia diventare segno di fecondità e di pace. E penso di poter cogliere già una piccola luce che illumina questo evento proprio in queste parole che fr.Antonio scriveva in una lettera al cardinae Martini. «Mi hanno molto colpito le parole che lei ha detto nella intervista rilasciata alla RAI qualche settimana fa: “Bisogna cercare Dio là dove si è”. Mi sono sembrate parole profondamente monastiche, oltre che a essere valide per ogni cristiano, ogni credente. Le ho sentite come parole rivolte a me personalmente, un richiamo a continuare a cercare Dio ogni giorno, in questo monastero, nella semplicità di questa vita, nelle cose che si ripetono tutti i giorni, nella mia comunità, nei fratelli, nelle persone che si accostano a noi. E accanto a questo, lei ci invitava “ad affrontare giorno per giorno le piccole difficoltà della vita”, vivendole con il giusto atteggiamento, che è quello della fiducia e dell’abbandono».Cercare Dio là dove si è e abbandonarsi a lui, fino ad affidare nelle su mani la propria vita per poter posare lo sguardo sul suo volto di compassione. Fr. Antonio si preparava a compiere questo passo nella professione monastica che avrebbe dovuto celebrare il 6 agosto. Il Signore, misteriosamente e misericordiosamente, gli ha anticipato questo atto di affidamento. Anche se ora fr. Antonio è custodito nelle braccia del Padre, a nome suo la comunità canterà il triplice versetto del salmo 118, il canto dello Suscipe, che ogni monaco proclama, con le braccia distese, al momento della professione: «Accoglimi Signore secondo la tua parola e avrò vita; non deludermi nella mia speranza».E due segni, che saranno posti sulla bara, sintetizzano il cammino di fr. Antonio: la stola, segno del suo sacerdozio, preparata dai suoi compagni di messa e che gli avrebbero donato il 6 agosto, e il rosario monastico, preparato da un fratello della comunità, segno della preghiera continua.

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