Massimo Gattamelata, segretario generale della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice: «L'enciclica mostra come la questione antropologica vada considerata questione sociale a tutti gli effetti»

Rita SALERNO
Redazione

«Dalla lettura di questa terza enciclica si rileva come il Santo Padre consideri la Populorum Progressio come il documento-quadro entro cui la dottrina sociale della Chiesa si è mossa fin dal lontano 1967. Benedetto XVI la riprende nuovamente oggi in maniera vivace e mette in luce i principi base che l’hanno ispirata, considerandola quindi il documento più completo che i suoi predecessori hanno fatto in questo campo. Le linee guida adottate da Paolo VI sono state infatti l’alveo di tutte le encicliche, dalla Octogesima adveniens fino alla Centesimus Annus».
A commentare la terza enciclica sociale di Benedetto XVI – che ha visto la luce dopo due anni di revisioni alla luce degli stravolgimenti economico-finanziari causati dalla crisi planetaria – è il segretario generale della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice, Massimo Gattamelata. Per il numero due dell’istituzione voluta da Giovanni Paolo II nel 1991 per far conoscere la dottrina sociale della Chiesa, «il Papa ha voluto impostare questa sua enciclica alla luce più della Populorum Progressio che della Centesimus Annus. Non a caso il testo di questo nuovo documento papale richiama ben ventisette volte la Populorum Progressio e solo venti volte la Centesimus Annus. Molti argomenti, già trattati anche dalla Centesimus Annus, vengono ora esaminati in una luce diversa. Tenendo cioè conto di situazioni effettive di rapporti sociali, economici e politici che sono mutati e non di poco, rispetto al 1991, anno di pubblicazione della Centesimus Annus».

Parlando a proposito della dimensione della gratuità, monsignor Giampaolo Crepaldi ha affermato che «l’annuncio di Cristo è il più grande aiuto che la Chiesa può dare allo sviluppo», precisando che nella Caritas in veritate la “questione antropologica” diventa “questione sociale”. È questo un punto centrale del documento papale?
Direi che monsignor Crepaldi ha individuato in maniera ottimale questo aspetto come uno dei punti nodali dell’enciclica: la “questione antropologica” strettamente connessa e legata al concetto di “questione sociale”. Basti pensare come nella Humanae Vitae di Paolo VI, documento peraltro non intimamente connesso alla dottrina sociale della Chiesa, si evidenziavano i forti legami esistenti oggi come allora tra etica della vita ed etica sociale. Questi richiami del magistero devono far comprendere come la questione antropologica, fin dal momento della creazione dell’uomo nel grembo materno, vada considerata come questione sociale a tutti gli effetti.

La riforma dell’Onu invocata dal Papa nell’enciclica è una strada percorribile?
Il richiamo agli uomini di governo circa l’indicazione, ritenuta necessaria, per una riforma delle organizzazioni internazionali, mi pare estremamente opportuna. Non è la prima volta che il Papa si esprime in questo senso. Queste strutture organizzative, i cui costi gestionali riducono fortemente gli aiuti forniti dalle stesse organizzazioni, hanno più volte messo in luce davanti agli occhi del mondo intero come prevalgano al loro interno le logiche del più potente, lasciando al margine le rappresentanze dei Paesi poveri. «Dalla lettura di questa terza enciclica si rileva come il Santo Padre consideri la Populorum Progressio come il documento-quadro entro cui la dottrina sociale della Chiesa si è mossa fin dal lontano 1967. Benedetto XVI la riprende nuovamente oggi in maniera vivace e mette in luce i principi base che l’hanno ispirata, considerandola quindi il documento più completo che i suoi predecessori hanno fatto in questo campo. Le linee guida adottate da Paolo VI sono state infatti l’alveo di tutte le encicliche, dalla Octogesima adveniens fino alla Centesimus Annus».A commentare la terza enciclica sociale di Benedetto XVI – che ha visto la luce dopo due anni di revisioni alla luce degli stravolgimenti economico-finanziari causati dalla crisi planetaria – è il segretario generale della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice, Massimo Gattamelata. Per il numero due dell’istituzione voluta da Giovanni Paolo II nel 1991 per far conoscere la dottrina sociale della Chiesa, «il Papa ha voluto impostare questa sua enciclica alla luce più della Populorum Progressio che della Centesimus Annus. Non a caso il testo di questo nuovo documento papale richiama ben ventisette volte la Populorum Progressio e solo venti volte la Centesimus Annus. Molti argomenti, già trattati anche dalla Centesimus Annus, vengono ora esaminati in una luce diversa. Tenendo cioè conto di situazioni effettive di rapporti sociali, economici e politici che sono mutati e non di poco, rispetto al 1991, anno di pubblicazione della Centesimus Annus».Parlando a proposito della dimensione della gratuità, monsignor Giampaolo Crepaldi ha affermato che «l’annuncio di Cristo è il più grande aiuto che la Chiesa può dare allo sviluppo», precisando che nella Caritas in veritate la “questione antropologica” diventa “questione sociale”. È questo un punto centrale del documento papale?Direi che monsignor Crepaldi ha individuato in maniera ottimale questo aspetto come uno dei punti nodali dell’enciclica: la “questione antropologica” strettamente connessa e legata al concetto di “questione sociale”. Basti pensare come nella Humanae Vitae di Paolo VI, documento peraltro non intimamente connesso alla dottrina sociale della Chiesa, si evidenziavano i forti legami esistenti oggi come allora tra etica della vita ed etica sociale. Questi richiami del magistero devono far comprendere come la questione antropologica, fin dal momento della creazione dell’uomo nel grembo materno, vada considerata come questione sociale a tutti gli effetti.La riforma dell’Onu invocata dal Papa nell’enciclica è una strada percorribile?Il richiamo agli uomini di governo circa l’indicazione, ritenuta necessaria, per una riforma delle organizzazioni internazionali, mi pare estremamente opportuna. Non è la prima volta che il Papa si esprime in questo senso. Queste strutture organizzative, i cui costi gestionali riducono fortemente gli aiuti forniti dalle stesse organizzazioni, hanno più volte messo in luce davanti agli occhi del mondo intero come prevalgano al loro interno le logiche del più potente, lasciando al margine le rappresentanze dei Paesi poveri.

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