di Mariapia BONANATE
Redazione

L’Avvento è sempre stato per me una dolce marcia di avvicinamento al Presepio. Sin dai primi giorni di dicembre si iniziava quando ero bambina, e ho continuato come madre e come nonna, a prepararne l’allestimento. Era un modo per prepararsi tutti insieme al Natale in un’atmosfera di crescente intimità familiare che rasserenava gli animi, ci rendeva più buoni l’uno verso l’altro, ci regalava quel sottile struggente sentimento dell’attesa di quel Bambino che la notte santa avremmo messo con trepidazione nella grotta. Un po’ come nel leopardiano Il sabato del villaggio: la vigilia era quasi più importante della festa.
Anche quest’anno mi sono accinta a ripetere il percorso di sempre. Sono scesa in cantina, ho ricuperato la grande scatola di legno dove per undici mesi “dormono” i personaggi del Presepe, ho cominciato a scartarli, tutti in fila per la revisione annuale. Ma non ho più trovato Gesù Bambino. Come se si fosse dissolto nel nulla. Sono quei piccoli misteri che accadono nelle case, ma questa volta ha assunto per me un significato simbolico: quella scomparsa non era forse un richiamo? È stato un sussulto dell’anima, seguito da una percezione profonda che saliva direttamente dal cuore.
Gesù Bambino voleva che nei giorni dell’Avvento io lo rintracciassi accanto a coloro «che non hanno voce», a chi vive in solitudine e circondato dall’indifferenza, ai giovani che non hanno più un futuro e sono disperati per il buio in cui brancolano, in particolare vicino a quei bambini che continuano a pagare il prezzo di un dissesto planetario inarrestabile, ai 10 milioni di loro che muoiono per fame, malattie, guerre, 26 mila ogni giorno dell’anno, ogni giorno dell’Avvento. Che lo cercassi accanto ai ragazzi delle nostre scuole, dove tante manifestazioni di aggressività e violenza assurda sono espressione di una perdita di se stessi. Che lo rintracciassi vicino al corpo ustionato di Anni Ye, la dolcissima bimba cinese di 11 anni, uccisa dalle esalazioni di un solvente in un laboratorio clandestino di suole per calzature di lusso, piccolo angelo del lavoro in nero come centinaia di suoi coetanei compatrioti.
Voleva, quel Gesù Bambino scomparso, che la notte di Natale al suo posto mettessi nella grotta di Betlemme le storie e i volti di questo popolo delle Beatitudini per inventare con loro e per tutti noi la speranza. L’Avvento è sempre stato per me una dolce marcia di avvicinamento al Presepio. Sin dai primi giorni di dicembre si iniziava quando ero bambina, e ho continuato come madre e come nonna, a prepararne l’allestimento. Era un modo per prepararsi tutti insieme al Natale in un’atmosfera di crescente intimità familiare che rasserenava gli animi, ci rendeva più buoni l’uno verso l’altro, ci regalava quel sottile struggente sentimento dell’attesa di quel Bambino che la notte santa avremmo messo con trepidazione nella grotta. Un po’ come nel leopardiano Il sabato del villaggio: la vigilia era quasi più importante della festa.Anche quest’anno mi sono accinta a ripetere il percorso di sempre. Sono scesa in cantina, ho ricuperato la grande scatola di legno dove per undici mesi “dormono” i personaggi del Presepe, ho cominciato a scartarli, tutti in fila per la revisione annuale. Ma non ho più trovato Gesù Bambino. Come se si fosse dissolto nel nulla. Sono quei piccoli misteri che accadono nelle case, ma questa volta ha assunto per me un significato simbolico: quella scomparsa non era forse un richiamo? È stato un sussulto dell’anima, seguito da una percezione profonda che saliva direttamente dal cuore.Gesù Bambino voleva che nei giorni dell’Avvento io lo rintracciassi accanto a coloro «che non hanno voce», a chi vive in solitudine e circondato dall’indifferenza, ai giovani che non hanno più un futuro e sono disperati per il buio in cui brancolano, in particolare vicino a quei bambini che continuano a pagare il prezzo di un dissesto planetario inarrestabile, ai 10 milioni di loro che muoiono per fame, malattie, guerre, 26 mila ogni giorno dell’anno, ogni giorno dell’Avvento. Che lo cercassi accanto ai ragazzi delle nostre scuole, dove tante manifestazioni di aggressività e violenza assurda sono espressione di una perdita di se stessi. Che lo rintracciassi vicino al corpo ustionato di Anni Ye, la dolcissima bimba cinese di 11 anni, uccisa dalle esalazioni di un solvente in un laboratorio clandestino di suole per calzature di lusso, piccolo angelo del lavoro in nero come centinaia di suoi coetanei compatrioti.Voleva, quel Gesù Bambino scomparso, che la notte di Natale al suo posto mettessi nella grotta di Betlemme le storie e i volti di questo popolo delle Beatitudini per inventare con loro e per tutti noi la speranza.

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