Il profilo del primo "fidei donum" ambrosiano, scomparso ieri, nella testimonianza di chi fu suo compagno in Zambia: «La sua spiritualità gli permetteva di vedere realtà che io non ero capace di vedere. Ma sapeva essere organizzatore capace e concreto»

don Alessandro TANZI
Redazione

Sono stato in missione con don Ernesto Parenti circa due anni, dal luglio del 1969 alla fine del 1970, quando lasciò definitivamente Kariba.
Lo incontrai all’areoporto di Lusaka, dove venne a ricevermi. Arrivò con un
giovane collaboratore e la sua prima parola fu: «Ciao, bene arrivato!». La prima parola del suo accompagnatore fu invece: «Welcome Abambo». Una parola che mi colpì subito, sia perché non italiana, come pure per una sua strana assonanza con una parola italiana.
Come naturale, tutta la mia attenzione si concentrò su don Ernesto, mio Superiore e missionario ormai da dieci anni. Ovviamente volevo imparare subito a fare il missionario e presi lui come modello di comportamento con la gente, a me allora sconosciuta. Per merito suo, quelli furono per me mesi importanti. Era pieno di zelo per il suo ministero, sapeva ben coniugare competenza, capacità relazionale con la gente e grande attenzione ai bisogni dei più poveri.
Lo spirito missionario che ardeva nel suo cuore mi colpì subito. Nei miei confronti si manifestò in tutto il suo spessore quando – di ritorno da Makumbi Mission, dove ero stato mandato a studiare la lingua Shona – lui, che aveva studiato la lingua Chinyanja, mi disse: «Tu seguirai gli africani Shona della zona del lago di Kariba, dalla chiesa di S. Agostino. Io i bianchi dalla chiesa S. Barbara e gli africani più lontani di Chirundu (sponda dello Zimbabwe) e Nebiri, e avrò la responsabilità di tutta la Missione. Comunque, in qualsiasi momento avrai bisogno, non hai che da dirmelo». Fu allora che la vicinanza e la familiarità con don Ernesto esplosero in tutta la loro forza: da quel momento divenne veramente mio sincero amico e consigliere, e costante fu pure lo scambio di informazioni circa la migliore metodologia missionaria.
Era un missionario sognatore: la sua spiritualità francescana gli permetteva di sognare a occhi aperti e di vedere realtà che io non ero capace di vedere. Ciò che mi meravigliava molto era la sua facilità a passare dalla visione di un bel tramonto alla contemplazione della infinita bellezza di Dio. Ero impressionato dalla sua sensibilità, che gli permetteva di passare dall’amore del Creato all’Amore del Creatore, dalla compassione per ogni bisogno umano alla passione per Dio.
Qualcuno lo accusava di essere fuori della realtà concreta. Ma non era vero: lo dimostra la sua capacità organizzatrice nel portare il Vangelo fino ai posti più lontani della Missione, nel costruire le opere necessarie a una Missione in fase di iniziale organizzazione, nel mettere a disposizione aiuti concreti in tante situazioni di bisogno umano e spirituale.
Amava i suoni, i canti, le bellezze naturali, che sono sempre le vestigia di Dio, e voleva che venissero viste, conosciute, amate e apprezzate anche altrove. Sono stato in missione con don Ernesto Parenti circa due anni, dal luglio del 1969 alla fine del 1970, quando lasciò definitivamente Kariba.Lo incontrai all’areoporto di Lusaka, dove venne a ricevermi. Arrivò con ungiovane collaboratore e la sua prima parola fu: «Ciao, bene arrivato!». La prima parola del suo accompagnatore fu invece: «Welcome Abambo». Una parola che mi colpì subito, sia perché non italiana, come pure per una sua strana assonanza con una parola italiana.Come naturale, tutta la mia attenzione si concentrò su don Ernesto, mio Superiore e missionario ormai da dieci anni. Ovviamente volevo imparare subito a fare il missionario e presi lui come modello di comportamento con la gente, a me allora sconosciuta. Per merito suo, quelli furono per me mesi importanti. Era pieno di zelo per il suo ministero, sapeva ben coniugare competenza, capacità relazionale con la gente e grande attenzione ai bisogni dei più poveri.Lo spirito missionario che ardeva nel suo cuore mi colpì subito. Nei miei confronti si manifestò in tutto il suo spessore quando – di ritorno da Makumbi Mission, dove ero stato mandato a studiare la lingua Shona – lui, che aveva studiato la lingua Chinyanja, mi disse: «Tu seguirai gli africani Shona della zona del lago di Kariba, dalla chiesa di S. Agostino. Io i bianchi dalla chiesa S. Barbara e gli africani più lontani di Chirundu (sponda dello Zimbabwe) e Nebiri, e avrò la responsabilità di tutta la Missione. Comunque, in qualsiasi momento avrai bisogno, non hai che da dirmelo». Fu allora che la vicinanza e la familiarità con don Ernesto esplosero in tutta la loro forza: da quel momento divenne veramente mio sincero amico e consigliere, e costante fu pure lo scambio di informazioni circa la migliore metodologia missionaria.Era un missionario sognatore: la sua spiritualità francescana gli permetteva di sognare a occhi aperti e di vedere realtà che io non ero capace di vedere. Ciò che mi meravigliava molto era la sua facilità a passare dalla visione di un bel tramonto alla contemplazione della infinita bellezza di Dio. Ero impressionato dalla sua sensibilità, che gli permetteva di passare dall’amore del Creato all’Amore del Creatore, dalla compassione per ogni bisogno umano alla passione per Dio.Qualcuno lo accusava di essere fuori della realtà concreta. Ma non era vero: lo dimostra la sua capacità organizzatrice nel portare il Vangelo fino ai posti più lontani della Missione, nel costruire le opere necessarie a una Missione in fase di iniziale organizzazione, nel mettere a disposizione aiuti concreti in tante situazioni di bisogno umano e spirituale.Amava i suoni, i canti, le bellezze naturali, che sono sempre le vestigia di Dio, e voleva che venissero viste, conosciute, amate e apprezzate anche altrove.

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