Il Quarto Dossier sulla povertà in Lombardia mette in luce l'insufficienza delle misure prese dalle istituzioni per fare fronte alla crisi economica e chiede interventi più strutturali: un nuovo sistema di ammortizzatori sociali, cospicui investimenti nei servizi pubblici, promozione di forme di mutualismo


Redazione

I provvedimenti assunti dagli enti pubblici per contrastare la crisi sono «meri palliativi», servono ad «alleviare solo un sintomo», ma non «aggrediscono nessun meccanismo strutturale di produzione della povertà». È quanto è scritto nel Quarto rapporto delle Caritas Lombarde “Rac-contare la povertà”, presentato oggi, nell’aula magna del seminario vescovile di Mantova.
Il rapporto, oltre ad analizzare gli utenti di un campione di 18 centri di ascolto della Lombardia, passa in rassegna le principali misure assunte nel corso del 2009 dalle istituzioni per fronteggiare la crisi economica: il bonus fiscale per le famiglie a basso reddito, la tariffa sociale energia, il tetto ai mutui variabili, il Fondo per il credito ai nuovi nati (tutte iniziative assunte dal governo), il Bonus Famiglia per i nuclei familiari numerosi della Regione Lombardia e il piano “Alziamo la Testa” della Provincia di Milano. Secondo l’Osservatorio regionale Caritas delle risorse e delle Povertà che ha elaborato il rapporto, tali iniziative non sono risposte sufficienti per aiutare veramente le famiglie a risolvere i problemi, legati essenzialmente alla perdita del lavoro.
«Una prima considerazione che si può generalmente fare, soprattutto sulle misure istituite dagli enti pubblici, – si legge – è che queste intervengono nell’alleviare solo un sintomo della crisi, ossia la difficoltà nell’accesso di alcuni beni». «Si tratta – continua il rapporto – di misure facilmente attivabili e riconoscibili direttamente dai cittadini», «ma bisogna osservare che proprio perché tali, queste misure agiscono solo sui sintomi della crisi», «esse non aggrediscono nessun meccanismo strutturale di riproduzione della povertà». «Le presenti misure sono meri palliativi» – si precisa -, «sono misure tampone» che tra l’altro incidono molto poco sui bilanci anche delle famiglie che ne beneficiano, perché il «loro ammontare in molti casi è troppo limitato».
Secondo il Rapporto invece altre dovrebbero essere le vie da percorrere. I provvedimenti assunti dagli enti pubblici per contrastare la crisi sono «meri palliativi», servono ad «alleviare solo un sintomo», ma non «aggrediscono nessun meccanismo strutturale di produzione della povertà». È quanto è scritto nel Quarto rapporto delle Caritas Lombarde “Rac-contare la povertà”, presentato oggi, nell’aula magna del seminario vescovile di Mantova.Il rapporto, oltre ad analizzare gli utenti di un campione di 18 centri di ascolto della Lombardia, passa in rassegna le principali misure assunte nel corso del 2009 dalle istituzioni per fronteggiare la crisi economica: il bonus fiscale per le famiglie a basso reddito, la tariffa sociale energia, il tetto ai mutui variabili, il Fondo per il credito ai nuovi nati (tutte iniziative assunte dal governo), il Bonus Famiglia per i nuclei familiari numerosi della Regione Lombardia e il piano “Alziamo la Testa” della Provincia di Milano. Secondo l’Osservatorio regionale Caritas delle risorse e delle Povertà che ha elaborato il rapporto, tali iniziative non sono risposte sufficienti per aiutare veramente le famiglie a risolvere i problemi, legati essenzialmente alla perdita del lavoro.«Una prima considerazione che si può generalmente fare, soprattutto sulle misure istituite dagli enti pubblici, – si legge – è che queste intervengono nell’alleviare solo un sintomo della crisi, ossia la difficoltà nell’accesso di alcuni beni». «Si tratta – continua il rapporto – di misure facilmente attivabili e riconoscibili direttamente dai cittadini», «ma bisogna osservare che proprio perché tali, queste misure agiscono solo sui sintomi della crisi», «esse non aggrediscono nessun meccanismo strutturale di riproduzione della povertà». «Le presenti misure sono meri palliativi» – si precisa -, «sono misure tampone» che tra l’altro incidono molto poco sui bilanci anche delle famiglie che ne beneficiano, perché il «loro ammontare in molti casi è troppo limitato».Secondo il Rapporto invece altre dovrebbero essere le vie da percorrere. Armonizzatori sociali Riformare il sistema degli armonizzatori sociali per estenderlo anche a coloro che attualmente ne sono esclusi. «Oggi – osservano i ricercatori del Rapporto – l’unico ammortizzatore sociale presente in Italia è la cassa integrazione, ossia uno strumento che dipende da un negoziato politico-sindacale che protegge i lavoratori a tempo indeterminato. Esso lascia scoperti tutti i lavoratori precari, i quali costituiscono una fetta molto ampia dei lavoratori italiani. Si produce così quello che alcuni studiosi chiamano “effetto Matteo”, cioè il principio enunciato dall’evangelista Matteo secondo cui “A chi ha sarà dato e a chi non ha sarà tolto quello che ha”». Sarebbe, invece, necessario un nuovo sistema «ispirato al principio dell’universalismo selettivo, ossia servire tutti coloro che si trovano in una condizione di bisogno, privilegiando i più fragili». Servizi alle famiglie Promuovere «un deciso e cospicuo investimento nei servizi alle famiglie, in particolare per quelle che hanno oneri di cura nei confronti di anziani, minori e disabili». In sostanza, occorre creare più asili nido, più servizi diurni e residenziali, qualificare l’assistenza domiciliare. Secondo il Rapporto l’accesso su larga scala di questi servizi consentirebbe a molti genitori, in genere le madri, a non dover rinunciare al lavoro quando mettono al mondo un figlio, impoverendo il reddito familiare. Inoltre, si legge nel documento, «l’investimento in servizi sociali permetterebbe di occupare in tali servizi proprio molte delle persone, soprattutto donne, che attualmente non lavorano o hanno perso il lavoro, esattamente come avviene in Francia e in Germania, dove a più alti tassi di occupazione femminile corrispondono più alti tassi di natalità. Certamente creare servizi avrebbe un costo elevato. Ma – osservano i ricercatori – si tratterebbe in realtà di un investimento che «come dimostrato da alcuni importanti studi, produrrebbe in realtà nel medio periodo un beneficio per le case pubbliche, in quanto con l’aumento dei tassi di occupazione, aumenta anche il gettito fiscale». Forme di mutualismo Incentivare programmi di coesione sociale che facilitino il generarsi di forme di mutualismo, come ad esempio i gruppi di acquisto familiare, nidi e servizi per le famiglie a gestione condominiale, esperienze di co-housing. In questo contesto va anche modificato il ruolo dei centri di ascolto. Negli ultimi 20 anni il welfare regionale è profondamente mutato. Le istituzioni pubbliche locali sono passate dall’essere decisori e gestori unici o dominanti dei servizi pubblici alla persona all’essere principalmente finanziatori e regolatori. I centri di ascolto oltre a essere «distributori di accoglienza» devono sempre più svolgere il ruolo di advocacy e promozione dei diritti di cittadinanza delle persone, sia in termini progettuali che programmatori. La ricerca ha preso in esame 18 centri di ascolto campione sparsi su tutto il territorio regionale. Secondo la ricerca i centri di ascolto sono in grado di diversificare le proprie risposte, accompagnare le persone e orientare gli utenti verso i servizi competenti. Sempre di più però sono costretti a supplire le istituzioni, invece di svolgere un ruolo sussidiario ad esse.Il rapporto è disponibile sul sito www.caritaslombardia.it

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