Il 28 novembre 1959 veniva pubblicata l'enciclica "missionaria" di Giovanni XXIII


Redazione

La quarta enciclica del pontificato di Giovanni XXIII porta la data del 28 novembre 1959. Come precisava lo stesso Papa nel prologo, fu concepita in occasione del 40° anniversario della lettera apostolica Maximum illud con la quale Benedetto XV aveva dato nuovo impulso all’azione missionaria della Chiesa. Con la Princeps Pastorum – spiegava Giovanni XXIII rivolto ai venerabili fratelli – «desideriamo… intrattenervi sulle necessità e le speranze della dilatazione del regno di Dio in quella considerevole parte del mondo dove si svolge il prezioso e faticoso lavoro dei missionari, affinché sorgano nuove comunità cristiane e apportino salutari frutti». Tema già trattato «dai nostri predecessori Pio XI e Pio XII… e che noi stessi abbiamo voluto confermare nella nostra prima enciclica Ad Petri cathedram».
«Ma non si farà mai abbastanza», osservava Papa Giovanni, e difatti la sua quarta enciclica riprende e rilancia, in sostanza, gli appelli missionari dei precedenti pontefici, in particolare Benedetto XV, il quale nella Maximum illud aveva messo in evidenza la necessità improcrastinabile di curare nei territori di missione le vocazioni e la formazione di un clero indigeno in grado di prendere nelle mani il governo delle nuove Chiese e di guidare i propri connazionali nella via della salvezza.
Su questo punto Giovanni XXIII si dice aperto alla speranza, perché, grazie agli appelli dei suoi predecessori, «il Signore ha suscitato nelle terre di missione una schiera numerosa ed eletta di vescovi e di sacerdoti», e traccia un rapido bilancio della situazione nei territori affidati all’allora De Propaganda Fide (oggi Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli): 68 vescovi e 5.553 preti nativi dell’Asia, 25 vescovi e 1.811 preti nativi dell’Africa. Numeri incoraggianti per quel tempo ma, prosegue il Papa, «le Chiese locali, sia per la vastità di territorio, sia per il numero crescente dei fedeli e l’ingente moltitudine di quanti aspettano la luce del Vangelo, continuano ad aver ancora bisogno dell’opera dei missionari venuti da altri Paesi». Occorre che essi lavorino in armonia con il clero autoctono, curando insieme la formazione di un laicato locale all’altezza della vocazione cristiana e impegnato nell’apostolato. Nell’opera missionaria giusto rilievo va dato al contributo dei catechisti, «che nella lunga storia delle missioni cattoliche si sono dimostrati di insostituibile ausilio».
Infine, a «tutti coloro che si prodigano per la causa della propagazione della fede fino agli estremi confini del mondo» vada la riconoscenza della Chiesa e «la nostra commossa gratitudine», concludeva Papa Giovanni, non senza un ultimo appello e ancora una speranza: «Nonostante la scarsezza di clero che preoccupa i pastori anche delle più antiche diocesi, non si abbia la minima esitazione a incoraggiare le vocazioni missionarie e privarsi di eccellenti soggetti laici per metterli a disposizione delle nuove diocesi. Di questo sacrificio non si tarderà a raccogliere i frutti soprannaturali».
Come in altre encicliche, non mancano nella Princeps Pastorum considerazioni che, a distanza di tempo, si rivelano tuttora attuali. Giovanni XXIII già allora annotava che «molte diocesi e comunità cristiane delle terre di missione soffrono patimenti e persecuzioni anche sanguinose» e fa sua l’osservazione di Pio XII (enciclica Fidei Donum), secondo cui molti territori di missione «stanno attraversando una fase di evoluzione sociale, economica e politica, che è gravida di conseguenze per il loro avvenire». La quarta enciclica del pontificato di Giovanni XXIII porta la data del 28 novembre 1959. Come precisava lo stesso Papa nel prologo, fu concepita in occasione del 40° anniversario della lettera apostolica Maximum illud con la quale Benedetto XV aveva dato nuovo impulso all’azione missionaria della Chiesa. Con la Princeps Pastorum – spiegava Giovanni XXIII rivolto ai venerabili fratelli – «desideriamo… intrattenervi sulle necessità e le speranze della dilatazione del regno di Dio in quella considerevole parte del mondo dove si svolge il prezioso e faticoso lavoro dei missionari, affinché sorgano nuove comunità cristiane e apportino salutari frutti». Tema già trattato «dai nostri predecessori Pio XI e Pio XII… e che noi stessi abbiamo voluto confermare nella nostra prima enciclica Ad Petri cathedram».«Ma non si farà mai abbastanza», osservava Papa Giovanni, e difatti la sua quarta enciclica riprende e rilancia, in sostanza, gli appelli missionari dei precedenti pontefici, in particolare Benedetto XV, il quale nella Maximum illud aveva messo in evidenza la necessità improcrastinabile di curare nei territori di missione le vocazioni e la formazione di un clero indigeno in grado di prendere nelle mani il governo delle nuove Chiese e di guidare i propri connazionali nella via della salvezza.Su questo punto Giovanni XXIII si dice aperto alla speranza, perché, grazie agli appelli dei suoi predecessori, «il Signore ha suscitato nelle terre di missione una schiera numerosa ed eletta di vescovi e di sacerdoti», e traccia un rapido bilancio della situazione nei territori affidati all’allora De Propaganda Fide (oggi Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli): 68 vescovi e 5.553 preti nativi dell’Asia, 25 vescovi e 1.811 preti nativi dell’Africa. Numeri incoraggianti per quel tempo ma, prosegue il Papa, «le Chiese locali, sia per la vastità di territorio, sia per il numero crescente dei fedeli e l’ingente moltitudine di quanti aspettano la luce del Vangelo, continuano ad aver ancora bisogno dell’opera dei missionari venuti da altri Paesi». Occorre che essi lavorino in armonia con il clero autoctono, curando insieme la formazione di un laicato locale all’altezza della vocazione cristiana e impegnato nell’apostolato. Nell’opera missionaria giusto rilievo va dato al contributo dei catechisti, «che nella lunga storia delle missioni cattoliche si sono dimostrati di insostituibile ausilio».Infine, a «tutti coloro che si prodigano per la causa della propagazione della fede fino agli estremi confini del mondo» vada la riconoscenza della Chiesa e «la nostra commossa gratitudine», concludeva Papa Giovanni, non senza un ultimo appello e ancora una speranza: «Nonostante la scarsezza di clero che preoccupa i pastori anche delle più antiche diocesi, non si abbia la minima esitazione a incoraggiare le vocazioni missionarie e privarsi di eccellenti soggetti laici per metterli a disposizione delle nuove diocesi. Di questo sacrificio non si tarderà a raccogliere i frutti soprannaturali».Come in altre encicliche, non mancano nella Princeps Pastorum considerazioni che, a distanza di tempo, si rivelano tuttora attuali. Giovanni XXIII già allora annotava che «molte diocesi e comunità cristiane delle terre di missione soffrono patimenti e persecuzioni anche sanguinose» e fa sua l’osservazione di Pio XII (enciclica Fidei Donum), secondo cui molti territori di missione «stanno attraversando una fase di evoluzione sociale, economica e politica, che è gravida di conseguenze per il loro avvenire».

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