Intervista a monsignor Crociata, nuovo segretario generale della Cei. Dalla sensibilità maturata sul fronte dei rapporti tra le religioni all'attenzione riservata alla tutela dell'esistenza, «questione antropologica decisiva»


Redazione

03/10/2008

di Rita SALERNO

E’ il primo segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana proveniente dal Sud. Il nuovo numero due della Cei, monsignor Mariano Crociata, designato dal Papa il 25 settembre, ha 55 anni, è originario di Castelvetrano (Trapani), èstato ordinato sacerdote nel 1979 e da poco più di un anno è vescovo di Noto, dopo aver ricoperto l’incarico di vicario generale a Mazara del Vallo.

Non uomo di apparato (per la lontananza geografica dal quartier generale dei vescovi italiani), Crociata è attento al dialogo, specie nei riguardi degli immigrati, «masse sterminate e senza voce dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo o vi cercano sbocco – come disse durante una recentissima omelia a Pozzallo -, di cui abbiamo modo di vedere i volti emaciati e induriti dalla fatica e dalla sofferenza». Tra le prime dichiarazioni rilasciate dal presule, spicca quella che sottolinea la volontà di «rafforzare quello che la Chiesa italiana già dice e fa per gli immigrati e i clandestini che arrivano sulle coste italiane».

Parla della sua designazione come di «un segno che la Chiesa italiana vive in uno scambio che coinvolge tutti, in un’alternanza e in una successione che è del tutto naturale». E aggiunge: «In questo la decisione del Papa e con lui del presidente della Cei segnala un’attenzione particolare nei confronti delle diocesi del Sud Italia. E io sento di esprimere gratitudine e disponibilità incondizionata alla collaborazione a Benedetto XVI, innanzitutto, e poi al cardinale Angelo Bagnasco e quindi ai vescovi italiani in questo mio servizio. Consapevole anche di questa provenienza e di questa attenzione e portando ovviamente il mio bagaglio di esperienza e di cultura».

La nomina è stata accolta favorevolmente dalla comunità musulmana residente in Italia. A definirla «segnale importante per il dialogo interreligioso» è stato Ahmad Gianpiero Vincenzo, presidente dell’Associazione intellettuali musulmani italiani. Monsignor Crociata è attento conoscitore dell’Islam, non fosse altro per la cattedra di Teologia delle religioni che occupa da tempo presso la Facoltà teologica di Palermo.

«Ho curato la riflessione sulla questione del pluralismo religioso e quindi attorno alle esigenze del dialogo interreligioso – tiene a precisare -. Ho avuto qualche esperienza di confronto con docenti di università islamiche, come quella di Tunisi, e studiosi cattolici. È un’esperienza che ha bisogno di essere sviluppata e approfondita. Èun campo attuale, che si intreccia con quello che ha risvolti umani drammatici, su cui il Cardinale presidente si è soffermato anche nella recente prolusione, cioè l’emergenza dell’immigrazione. Soprattutto dai Paesi dell’Africa del nord, che richiede un’attenzione particolare e segnala una molteplice dimensione del problema, come tema interreligioso e interculturale. Questione su cui la Chiesa è ed è sempre stata particolarmente attenta, specie in questa Italia che diventa, a causa di questo fenomeno, pluriculturale».

Il tema della vita nascente e dell’eutanasia, passando per l’emergenza educativa e la scuola cattolica: nei prossimi mesi si svelerà l’impronta di monsignor Crociata, sempre tratteggiata in armonia con il cardinale Bagnasco. «Posso dire come sensibilità personale, che riflette e condivide sensibilità ben più autorevoli, che il tema della vita è una questione antropologica decisiva – sottolinea -. Nel senso che segna il modo di concepirsi dell’uomo e quindi della nostra società oggi e il modo di guardare al futuro. Non è solo una questione intra-ecclesiale o religiosa: èuna questione che tocca l’umanità in quanto tale e quindi reputo assolutamente di primo piano che la Chiesa rimanga in campo come ha fatto da sempre, in questo ambito della difesa della vita. Perché èdifesa della dignità umana e della libertà dell’uomo».

A chi gli chiede con quali sentimenti si appresta a vivere il suo nuovo incarico, non nasconde di provare un atteggiamento fiducioso, «che nasce dalla fede, dal sapersi parte della Chiesa, pur se misto a preoccupazione per l’impegno gravoso e la delicatezza del compito che assumerò dal 20 ottobre. Consapevole della collaborazione su cui può contare fin da ora. Ben sapendo di andare a offrire una collaborazione al presidente della Conferenza, innanzitutto, e ai vescovi italiani». Crociata, infatti, èconscio di «essere uno strumento perché la Chiesa viva nelle Chiese particolari e nel coordinamento della Conferenza episcopale italiana».

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