In un'omelia pronunciata proprio all'Alpe Motta esattamente cinquant'anni, l'arcivescovo Montini, futuro Papa, delineava il suo ideale europeista


Redazione

09/09/2008

È trascorso mezzo secolo. Ma le parole dell’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, il 12 settembre 1958, costituiscono una lettura lucida e appassionata, ancora oggi attualissima, del processo di integrazione europea.

L’omelia pronunciata durante la messa all’Alpe Motta di Campodolcino, in occasione della benedizione della statua della Vergine protettrice dell’Europa, contiene i punti essenziali della “visione europeista” di Montini, che si sarebbe arricchita negli anni del pontificato con una lunga serie di riflessioni, tanto da costituire la solida base per gli interventi successivi del magistero, fino a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI.

Si era all’indomani del “battesimo” della Comunità economica europea (25 marzo 1957). La Cee muoveva i primi passi per rafforzare i legami economici e politici tra i sei Paesi fondatori; il contesto internazionale era segnato dalla Guerra fredda (più volte evocata in queste settimane), mentre l’Europa era divisa in due dalla “cortina di ferro”.

«Questa unione che sta delineandosi – disse dunque Montini – e che oscilla, a stagione a stagione, fra una conclusione che sembra felice e una delusione che sembra mortale, è una unione fragile e precaria, piuttosto prodotta da forze estrinseche che la vogliono, che non palpitante da interiore vitalità propria e autonoma».

Fragilità e precarietà che hanno accompagnato fino ai nostri giorni – pur tra molti e innegabili successi – il disegno comunitario delineato dai tre padri dell’Europa, Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, che lo stesso Montini incontrò più volte e con i quali ebbe modo di confrontarsi sui temi europei.

L’Arcivescovo di Milano abbozzava anche una spiegazione – centrata e ancora una volta attuale – della debolezza della Cee: «I componenti di questa unità non vogliono cedere nulla della loro sovranità e quindi andiamo verso una pace che può essere equivoca, fragile e precaria». I nazionalismi erano, e si confermano, uno dei tarli dell’unità europea.

Quindi Montini lanciava un messaggio di speranza, che richiamava al contempo l’impegno, di tutti i cittadini e dei credenti in particolare, per la costruzione della “casa comune”: «Ma il giorno che una circolazione di pensiero, di sangue e di amicizia, di una cultura comune, fonderà i diversi popoli che compongono questa Europa ancora così mal compaginata, una unità spirituale sarà fatta. Abbiamo bisogno che un’anima unica componga l’Europa, perché davvero la sua unità sia forte, sia coerente, sia cosciente e sia benefica».

Negli anni seguenti Montini avrà più volte modo di chiarire il proprio pensiero sull’integrazione comunitaria: essa avrebbe dovuto fondarsi sulla cooperazione tra i popoli e gli Stati nel segno della solidarietà, prefiggendosi il grande obiettivo della pace e una costante apertura al mondo, muovendosi al contempo verso la riscoperta e la valorizzazione del proprio patrimonio di cultura e di fede cristiana, in grado di innervare – senza pretese esclusiviste – lo stesso processo politico e sociale.

Diventato Papa, l’8 settembre 1965, in un messaggio rivolto ai partecipanti al Congresso del centro “Giovane Europa”, Montini preciserà il suo «ideale di Europa unita e in pace». «Ideale, questo, estremamente bello e importante, degno veramente di una generazione nuova che ha tratto utile ammaestramento dalle tragiche esperienze delle ultime guerre; esso risponde a una visione, che noi riteniamo moderna e saggia, dell’attuale momento storico, in cui i popoli vivono in una stretta interdipendenza di interessi».

In un mondo che si incamminava verso la globalizzazione, l’impegno per l’Europa unita, secondo Paolo VI, era «pienamente conforme alla concezione cristiana dell’umana convivenza che tende a fare del mondo una sola famiglia di popoli fratelli».

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