Nel tempo che i musulmani dedicano tradizionalmente al digiuno e alla preghiera, nelle loro riflessioni si coglie una lettura maggiormente "spirituale" delle norme religiose che regolano questo periodo. Un segnale di speranza che incoraggia il dialogo


Redazione

12/09/2008

di Giampiero ALBERTI
Collaboratore per i rapporti con l’Islam
del Servizio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo

L’1 settembre è iniziato il mese di Ramadan per i fratelli di fede musulmana. Quest’anno sono stato colpito positivamente dal modo di leggere tale periodo da parte di imam, intellettuali e semplici musulmani.

Scorrendo articoli e ascoltando le loro prediche, ho notato, rispetto al passato, che le norme che regolano il digiuno e la preghiera erano proclamate con una valenza più spirituale che non giuridica. Si parla di interiorità della conversione, della coerenza tra il digiuno giornaliero e la cena serale, tra il digiuno e la giustizia. Si sente da più parti il desiderio di «rivitalizzare tale periodo» (Tariq Ramadan) con una rottura con il male, vegliando per un nuovo cammino: «rottura con le abitudini che addormentano, con le ripetizioni che hanno effetto soporifero sulla coscienza».

Questo mese di digiuno viene letto dai musulmani come ciò che li «identifica e li comprende nelle dimensioni di tutte le rivelazioni e le spiritualità che si sono succedute da Adamo…». Questo periodo è un mese di astensione dai piaceri per ricordare Dio, che ha parlato nel Corano. È infatti il mese della rivelazione del Corano. Tale periodo dovrebbe cambiare il cuore per tendere verso il bene, verso la sottomissione a Dio e verso la preghiera.

Tutte queste impressioni le ho colte nel visitare, una dopo l’altra, le sale di preghiera nelle quali si ritrovano i musulmani a Milano e in Diocesi. Ho trovato tanti musulmani che ogni sera, dopo la cena, si incontrano per pregare dalle 21.30 alle 23 per tutto il mese di Ramadan. E per dare un dato più preciso, che fa riflettere, a Milano, nella stessa sera feriale non di venerdì, ho trovato circa 500 musulmani sotto il tendone del “Ciak” di via Procaccini, più di 250 in via Padova e più di 250 a Segrate.

Ho voluto offrire questa riflessione per dire che il mondo musulmano attorno a noi può cambiare, e cambia, come mi pare di scorgere in questa lettura spirituale delle norme religiose. Così, dopo 18 anni di incontro con le comunità musulmane, penso si possa con prudenza dire che è nata una reciproca fiducia.

Certo, oggi ci resta il compito più difficile: continuare a conoscersi tra cristiani e musulmani, reciprocamente, in maniera sempre più profonda, soprattutto a livello di base, di musulmani che vivono tra noi e proseguire il dialogo sull’esempio del Papa e dei 138 saggi musulmani.

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