Redazione

La linea 3 del metrò, la “gialla”, ha una fermata con un nome strano: Porto di mare. «Che sarà mai?» si domanda giustamente il viaggiatore. Eppure quel nome nasconde una storia. Risale al periodo del fascismo, quando Mussolini decise di costruire un canale navigabile che avrebbe dovuto collegare Milano al mare. Il terminale fu individuato nella zona di piazzale Corvetto, dove fu realizzato un bacino d’acqua sfruttando le sorgenti naturali. Sopraggiunse la guerra, poi la Liberazione e la zona attorno al “Porto di mare” divenne luogo di balneazione estiva. Agli inizi degli anni Cinquanta, quando cominciò la ricostruzione della Milano bombardata, la zona fu utilizzata per lo scarico delle macerie. Che furono utilizzate dai primi immigrati provenienti dal Sud per costruire baracche precarie, ma in muratura. Nacque così il villaggio “Porto di mare”, che andò progressivamente ad allargarsi per l’aumento degli “abitanti” e costituì una forte preoccupazione per l’allora arcivescovo Montini. La zona era priva di servizi igienici, di luce, di acqua. Così l’Arcivescovo si rivolse alle Acli milanesi e in particolare ai suoi assistenti, don Raffaello Broletti e don Paolo Villa, due sacerdoti diocesani poi divenuti Piccoli fratelli di Gesù, ispirati a Charles De Foucauld. Già nel 1955 Montini visitò quel villaggio e continua fu la sua attenzione e la sua concreta collaborazione per la trasformazione del “Porto di mare”, che all’ingresso principale, su via San Dionigi, aveva una “santella” con la statua della Madonna. Montini intervenne ripetutamente anche con l’allora sindaco di Milano, Virgilio Ferrari, e con l’assessore ai Lavori pubblici, Agostino Giambelli, per la realizzazione dei servizi indispensabili. Lentamente gli abitanti trovarono lavoro e una casa dove trasferire le loro famiglie. A un trasloco faceva immediatamente seguito la demolizione. Così si è conclusa questa piccola, ma importante storia, a molti sconosciuta, della Milano del dopoguerra. (S.B.)

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