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Redazione

Le «famiglie straniere immigrate vengono, spinte da bisogni o da ragioni le più diverse, ad abitare nel nostro Paese e nelle nostre città. Queste famiglie immigrate, già con la loro stessa presenza, sono domanda esplicita di una cittadinanza nuova, forse diversa, ma che deve stimolarci a un dialogo continuo e a un esame di coscienza per cambiare e arricchire la nostra società. Si incontrano certamente anche situazioni di grande fragilità, che ci chiedono una conversione del cuore e un impegno più generoso a cui non siamo abituati. Non ignoriamo difficoltà legate all’impossibilità del ricongiungimento del coniuge e dei figli, al problema della legalità e della sicurezza della società, a questioni scottanti come la casa, il lavoro, la previdenza sociale e altro ancora». La questione immigrati non poteva non trovare attenzione nel Percorso pastorale di quest’anno. Il cardinale Tettamanzi ne sottolinea urgenze, ma anche arricchimento reciproco.
Uno stimolo, il suo, a superare paure e incomprensioni. «Non è spontaneo per nessuno in queste occasioni rifarsi e ispirarsi allo spirito più radicale del Vangelo e c’è per tutti il rischio di chiudersi in una eccessiva preoccupazione per noi stessi, che ci fa scoprire sovente la nostra più grande miseria morale – sottolinea l’Arcivescovo-. È importante acquisire innanzitutto una reale conoscenza della situazione e delle persone, nelle loro qualità positive, nei loro limiti e nelle loro differenze. Solo così riscopriremo gli aspetti positivi della loro nuova presenza, le risorse culturali e religiose di cui sono portatori, la loro capacità di essere protagonisti in diversi ambiti, non appena offriamo loro l’opportunità di farlo. La comunione e la testimonianza della fede che intere famiglie, di diversa provenienza e di storia differente, sanno dare in una stessa città sono un segno grandissimo della verità di Dio, anche di fronte ai non credenti e agli indifferenti».
Un’integrazione che parte dai piccoli: «Ognuno dei nostri figli, specie in tenera età, vanta nella cerchia delle sue relazioni un piccolo “amico” nato da genitori di etnie e culture profondamente differenti dalla nostra. E loro, i bambini, diversamente dagli adulti, prima di vedere una diversità etnica sono capaci di scorgere un loro simile, un bambino come loro… Così, sia la scuola che la famiglia, non possono non sentirsi maggiormente impegnate ad accompagnare questa esperienza di inserimento culturale e di integrazione sociale, spesso di non facile e immediata comprensione, ma necessaria per il bene, attuale e futuro, di tutti». (p.n.)

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