Domenica scorsa mons. Luis Bambarén, Vescovo emerito di Chimbote (Perù), ha partecipato alla festa del "Sen�r de los Milagros". Parla della situazione del suo Paese e degli immigrati che vivono nella diocesi di Milano


Redazione

28/10/2008

di Luisa BOVE

Nei giorni scorsi una banda di Latin Kings ha aggredito a Milano un giovane ecuadoriano mandandolo all’ospedale. Un episodio di cui mons. Luis Bambarén, Vescovo emerito di Chimbote, giunto in città per partecipare alla festa del “Senõr de los Milagros” non è a conoscenza. Tuttavia lo ha colpito il clima di «xenofobia contro gli stranieri» che si sta diffondendo negli ultimi tempi. «In tutte le parti del mondo la Chiesa chiede il rispetto della persona, della libertà religiosa e dei diritti civili», denuncia il prelato. E aggiunge: «Sono molto preoccupato del microcommercio di droga attorno al quale si formano bande di delinquenti di origine latinoamericana». Oltre che dello spaccio di stupefacenti in Perù, il Vescovo parla anche «dell’esportazione in Europa, che coinvolge anche tante donne».

Mons. Bambarén, che ha sempre preso le difese dei più poveri, è divenuto un simbolo nel suo Paese, non a caso è stato chiamato a far parte della Commissione per la riconciliazione dei terroristi di “Sendero luminoso”, un movimento di guerriglieri peruviani. Ha partecipato la prima volta alla processione del “Senõr de los Milagros” a Milano nel 1998, devozione oggi diffusa tra i peruviani emigrati in altre città italiane, negli Stati Uniti, Francia, Spagna, Tokyo, Argentina, Cile… «Quando ero presidente della Conferenza episcopale del Perù c’è stata la processione all’Angelus e poi la messa nella Basilica di San Pietro», racconta il Vescovo emerito. Dal 1999 i sudamericani sfilano in processione nella capitale la terza domenica di ottobre.

I peruviani che lasciano il loro Paese scelgono soprattutto l’Italia, la Spagna e gli Stati Uniti. Trovare occupazione però non è facile e spesso sono costretti a fare «lavori domestici o ad assistere gli anziani», spiega mons. Bambarén, «ma quando spediscono denaro alle loro famiglie non dicono ciò che fanno e così si crea il mito».

La situazione in Perù è critica, se da una parte «la macroeconomia cresce», dall’altra «la microeconomia del popolo resta povera», senza contare, «l’aumento del costo della vita e le difficoltà a trovare lavoro». Chi vive meglio sono le popolazioni delle zone costiere grazie all’agricoltura e all’esportazione, con il rialzo dei prezzi dei metalli anche per chi estrae dalle miniere le cose vanno bene, mentre la situazione èdrammatica per i peruviani che abitano sulle montagne.

«Quello che mi preoccupa – dice mons. Bambarén – è che per salvare i grandi capitali internazionali si investono migliaia di milioni di euro e poi ci si dimentica dei poveri. È uno scandalo». Ma la speranza è che gli ultimi facciano sentire la loro voce, come è accaduto nei giorni scorsi. «Il presidente del Perù Alan Garcia aveva deciso di dividere in settori la selva amazzonica per venderla, ma la popolazione locale ha reagito e ha bloccato il piano. Nel mio Paese la voce del povero è molto importante, come pure in Bolivia e in Ecuador dove il movimento indigeno è forte».

Ma cosa pensa il Vescovo emerito dei peruviani che oggi vivono sul territorio della diocesi? «Dal punto di vista religioso la prima generazione va bene», anche se non si può dire altrettanto «per la vita familiare», invece i sudamericani di seconda e terza generazione «rischiano di perdere i valori fondamentali e di non frequentare la Chiesa». Il Vescovo emerito di Chimbote è grato «al cardinal Tettamanzi (e al cardinal Martini) per l’attenzione ai migranti e per l’accoglienza che ricevono dalla Chiesa milanese». Èvero che i peruviani sono poveri dal punto di vista materiale, ma ci tiene a dire che «hanno una grande ricchezza spirituale e tanti valori da esportare anche in Italia».

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