Il cardinale Tettamanzi affronta il tema del disagio psichico, i cui costi ricadono per lo più sulla famiglia


Redazione

23/09/2008

di Pino NARDI

«Oggi vorrei rivolgermi a tutti: laici e cattolici, professionisti e volontari, comuni cittadini e coloro che rivestono ruoli di responsabilità civile ed istituzionale, e in particolare a coloro che soffrono e alle loro famiglie perché prendano sempre più coscienza che è compito proprio e singolare della famiglia di insegnare alla società come custodire la sofferenza e vivere l’ospitalità con amore. Sebbene la famiglia mostri segni di malattia al suo interno e una certa fragilità strutturale che la rende talora poco capace di affrontare e gestire i tanti ostacoli che incontra nel suo cammino, forse una certa difficoltà a vivere appieno la sua vocazione, resta comunque quel luogo nativo e insostituibile ove sperimentare di essere amati gratuitamente». Così scrive il cardinale Dionigi Tettamanzi nel suo messaggio in occasione della Giornata mondiale per la salute mentale che si celebrerà il prossimo 10 ottobre.

Un tema spesso nascosto, quello della salute mentale, ma emblematico di quanto pesi la sofferenza sulla famiglia, questione trattata dall’Arcivescovo anche nella terza tappa del Percorso pastorale, che segnerà quest’anno il cammino della diocesi di Milano. «È infatti questo un tema che spesso allontaniamo con timore piuttosto che affrontare con interesse e solidarietà verso coloro che ne soffrono in modo più evidente e grave – scrive nel messaggio il Cardinale -. Se infatti la salute mentale riguarda la vita di ciascuno, come parte dei disagi che spesso segnano l’esistenza umana, solo alcune persone, e purtroppo in numero crescente, ne soffrono in modo veramente cronico e grave».

«Chi soffre di malattia mentale o chi ha un parente, amico, vicino malato sa bene come questa realtà sia spesso segnata dall’assenza di speranza, di gioia, a volte anche di affetto – sottolinea l’Arcivescovo -. Anche nella nostra diocesi ci sono persone che, dopo anni di degenza manicomiale, si sono ritrovate sole, abbandonate dai propri cari proprio a causa della malattia e incapaci di badare a se stesse una volta che tali strutture sono state chiuse.

A una restituzione alle realtà locali e territoriali della cura, a seguito della Legge 180 (conosciuta anche come Legge Basaglia) del 1978, spesso non è seguita la presa in carico civile e anche della comunità cristiana di tali persone. In un tempo nel quale sono estremizzati i criteri di efficienza, bellezza esteriore e guadagno è sempre più necessaria una inversione di rotta per saper portare speranza in ogni ambito di cura e di vita, nel rispetto dei tempi dell’uomo e della sua dimensione interiore».

Quale futuro per chi soffre un disagio psichico, si domanda Tettamanzi. «In questo cammino educativo la famiglia è anima del mondo, ma necessita altresì di un supporto da esso, dalla società civile, dalla comunità cristiana e dalle istituzioni pubbliche – risponde -. Sono infatti le buone leggi, che governano la società, che possono favorire o meno l’inserimento in essa delle persone con disagio mentale, la presa in carico della loro situazione, il sostegno alle loro famiglie, la sensibilizzazione del contesto sociale».

Casa e lavoro sono necessari a maggior ragione per le persone con disagio mentale, soprattutto quando non avranno più i familiari che potranno seguirli. Ma è necessario anche costituire reti di amicizia. «Le famiglie con malato mentale necessitano di ogni tipo di sostegno ed intervento, non solo quello tecnico professionale, ma anche quello del vicino di casa che dedica un po’ del suo tempo per accompagnare la persona in difficoltà a fare una passeggiata, a vedere un film, a mangiare un gelato… – propone il Cardinale -. Ciò permette ai familiari, duramente messi alla prova da una situazione di sofferenza che “logora e non concede tregua”, di avere una pausa, un momento di sollievo. Se da queste famiglie possiamo imparare ad “amare, nel segno della massima concretezza, la vita in tutte le sue stagioni e in ogni sua situazione”, non possiamo però lasciarle sole nell’affrontare il senso di vergogna e di impotenza che spesso vivono, la tendenza a isolarsi, la paura di non farcela…».

Significative per l’Arcivescovo le iniziative avviate dal privato sociale e dalla Caritas ambrosiana: «Sono percorsi finalizzati alla restituzione delle persone con disagio mentale al territorio come cittadini con uguali diritti e doveri. Mi riferisco alle persone che clinicamente stabilizzate stanno abitando appartamenti in quartieri ordinari della nostra città. Da qualche anno, e probabilmente sempre di più in futuro, le persone con disagio psichico con queste caratteristiche stanno diventando nostri “vicini di casa”. Uscire dalle strutture residenziali preposte alla cura perché giudicati idonei nel tornare a vivere la vita ordinaria non deve spaventarci: èuna buona notizia per restituire a queste persone una dignità spesso dimenticata. Ma se è difficile per persone sane andare a vivere in un luogo sconosciuto, tanto più lo sarà per chi vive un disagio mentale».

Per questo Tettamanzi lancia un appello: «Èurgente umanizzare le nostre città, tornare a salutarsi ossia a considerarsi persone e, di fronte al prevalere di paura e sospetto, ènecessario scegliere nuovamente di aprire le porte della propria casa e del proprio cuore per la relazione e l’incontro. In occasione di questa Giornata mondiale vi invito allora a promuovere momenti di sensibilizzazione aperti a tutta la cittadinanza per sconfiggere pregiudizi e paure. Sollecito le comunità cristiane a mettere in cantiere corsi di formazione per preparare nuovi volontari e percorsi educativi per giovani».

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