Da un articolo del giornalista e scrittore Giorgio Torelli, che a Candia ha dedicato il best-seller "Da ricco che era"


Redazione

08/10/2008

di Giorgio TORELLI (*)

Gli egressos (lebbrosi curati, ndr) non hanno scelta. Addossano baracche al recinto del lazzaretto e sopravvivono di espedienti: patiscono la più cupa delle miserie, vagano, sono già morti da vivi (…). Siamo su una macchina accaldata, i fari avvistano casupole sbilenche, rottami, figure allampanate, sfacelo d’uomini e cose. Perfino i fasci di luce sembrano non osare davanti al nero fondo della miseria.

Marcello scende, sento voci di bambini che gridano: «Il dottor Candia, il dottor Candia», la cantilena è portoghese, il buio diventa fitto adesso che abbiamo spento i fanali. Marcello è entrato in una baracca dove balugina una lampada a petrolio e io dietro di lui.

L’uomo che regala i suoi anni più esperti alla causa di chi patisce l’onta della disperazione, ha una busta da consegnare. Contiene di sicuro cruzeiros, appena un sollievo, una sortita da nulla. Ma Candia non è persona da dimenticare: se ha scelto questa baracca è per non lasciarla più, per sostenerla sempre come può o potrà. I poveri gli risultano definitivi, vanno tutti ad abitare quel suo cuore che deve essersi sfiancato per eccessi di amore fraterno.

La baracca è come la rivivo nella parte dolente della memoria: il padre è stato lebbroso e, adesso è alcolizzato: ci sono dodici figli, alcune delle ragazze sono incinte, probabilmente di lebbrosi e destinate, nell’arco di cinque anni, a contrarre la malattia, anche la madre è incinta, i capelli irti, il vestito cencioso; i ventri dei bambini si gonfiano.

Il tetto è in lamiera ondulata, le pareti in assi e cartone, girano gallinelle che lasceranno il posto ai topi, ragni di grandi zampe percorrono le sordide amache ammainate sotto il tetto. In un letto, sulla terra battuta, c’è la nonna con le mani fasciate: lebbrosa anche lei. I parenti accettano che muoia fra i suoi. Non vogliono che l’ospedale la seppellisca mentre ancora respira.

Io taccio, sopraffatto. Provo un tale sconcerto dentro l’intero arco delle mie capacità di intendere e di volere da rimanere immobile e con il fiato in gola. (…) Marcello carezza i volti, sto sperando che tutto si concluda, sento di non reggere. Ci ritroviamo in macchina, andiamo verso la città, ricominciano le luci, parliamo adagio.

«Vedi – dice Marcello -, il Brasile è immenso. Tu hai veduto l’immagine della pena, ma non c’è solo quella. Domani, partiremo. Andremo a Manaus, Brasilia, San Paolo e Rio. Vedrai anche la grandezza e l’intraprendenza, giudicherai poi tu. Io per me, ti prego solo di un favore. Ogni volta che sentirai il nome Brasile rammenta che contiene tutto: anche noi di stanotte. E dillo sempre in giro, perché un giorno – forse io non ci sarò più – l’equità possa raggiungere i miei amici sfiniti. Me lo prometti?».

(*) da un articolo apparso su Il Giornale del 24 ottobre 1984. Torelli è autore di Da ricco che era, ristampato nel volume Marcello Candia, che straordinaria persona (Ancora)

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