Con l'assemblea diocesana di Ac termina il mandato del presidente Fabio Pizzul: «Gli elementi che ci contraddistinguono: radicamento sul territorio, attenzione educativa, testimonianza del Vangelo nel quotidiano»


Redazione

22/02/2008

di Pino NARDI

Fabio Pizzul, presidente dell’Ac ambrosiana, dopo sei anni lascia la guida dell’associazione. Tempo di bilanci proprio nei giorni in cui si svolge la XIII Assemblea diocesana.

Pizzul, qual è il ruolo dell’Ac nella Chiesa ambrosiana?
L’Ac è una realtà che si pone in un contatto del tutto particolare con l’indicazione pastorale dell’Arcivescovo, attenta alla dimensione diocesana non semplicemente a partire da indicazioni teoriche, ma nella praticabilità della proposta pastorale sul territorio. È proprio nel radicamento territoriale, nell’impegno a portare avanti le linee pastorali diocesane nelle parrocchie e nei decanati, che si contraddistingue l’impegno dell’Ac.

Come si pone al servizio del Percorso pastorale?
Negli itinerari e negli incontri formativi prendiamo in costante considerazione quanto scritto dall’Arcivescovo. E nella testimonianza quotidiana, mettendoci in ascolto delle famiglie a partire dalla vita concreta dei soci. L’attenzione allo sviluppo globale della proposta educativa, che accompagna lungo tutto l’arco della vita con cammini concreti, non può che essere attenta alla dimensione familiare.

Perché promuovere l’Ac nelle parrocchie?
Secondo me è un investimento per una Chiesa che sappia essere attenta alle esigenze della vita quotidiana delle persone. E poi in ottica formativa, perché c’è sempre più bisogno di laici consapevoli del momento che vive la Chiesa, di cosa significa essere radicati in una realtà come quella ambrosiana, con tutto ciò che la storia, anche ecclesiale, ci affida. Fare l’Ac significa promuovere laici che assieme, quindi associati, sappiano rendersi conto delle potenzialità e anche dei problemi della Chiesa, per poi rendersi disponibili in prima persona a dare risposte significative.

Qual è l’impegno dell’Ac nella formazione di coscienze sensibili ai temi socio-politici?
Anzitutto con il richiamo costante nei propri itinerari formativi alla dottrina sociale della Chiesa, non citata solo quando torna comodo, ma approfondita con i documenti del Magistero, modalità poco popolare oggi. Inoltre, attraverso un’attenzione costante a lasciarsi interpellare dai problemi della gente. Arrivare a dare non indicazioni teoriche, ma ad approfondire, discernere, formarsi un’idea, pensando e soprattutto lasciandosi interpellare dal Magistero.

Il tema dell’Assemblea è appunto “Cittadini degni del Vangelo”: dimensione ecclesiale e civile-sociale…
Sono aspetti intimamente compenetrati. Questo titolo dice che, in quanto cittadini, non dobbiamo imporre qualcosa, ma piuttosto essere degni portatori del Vangelo, che è dono e non costrizione. La dimensione alla fine è una sola: la persona a tutto tondo, nella Chiesa e nella vita civile. Un modo di dire oggi la scelta religiosa dell’Ac: una scelta di serietà e di autenticità. Se vogliamo coniugarla con un termine caro sia al nostro Arcivescovo, sia alla Chiesa italiana con il Convegno di Verona, può diventare una scelta missionaria, dove per missione si intende la capacità di testimoniare in modo credibile il Vangelo in tutti gli ambiti della vita quotidiana.

Conclude i sei anni alla guida dell’Ac: qual è il suo bilancio?
Ho trovato tante belle persone capaci, nonostante tutte le difficoltà, di essere fedeli alla vocazione di laici che dicono che si può essere discepoli di Cristo con il sorriso sulle labbra. Con numeri più piccoli rispetto agli anni Cinquanta o Settanta, l’Ac è ancora una realtà radicata sul territorio in grado di dare il proprio contributo di pensiero, di elaborazione e di progetti.

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