Sabato 28 giugno si apre l'Anno Paolino, indetto da Benedetto XVI nel bimillenario della nascita del persecutore dei cristiani divenuto poi testimone e discepolo


Redazione

27/06/2008

di Cristiana DOBNER
Carmelitana scalza

Paolo il “trasgressore” mi è sempre andato a genio. Paolo dai tanti volti…
Paolo “l’audace”, perché osa parlare quando era notorio che la profezia era ormai chiusa e la sfida quindi aperta: egli parla e agisce da profeta, suscitando stupore e reazioni vivissime. In totale umiltà, perché non parla da se stesso, come se tutto provenisse dalla sua riflessione, dalla sua cultura, ma come chi è ben consapevole che è Dio stesso a parlare. Un Dio che Paolo sa impossibile da catturare, da circoscrivere.

Paolo il “poliglotta”, che parla aramaico, latino, greco, ma non è un’identità concorrenziale con Gesù Cristo, perché solo Lo annuncia.
Paolo il “fuggitivo” di Bab Kissan che, in un paniere, si lascia calare dalle mura di Damasco, non si fa prendere e, umoristicamente, inizia la missione di annuncio verso l’Europa in un letterale… tagliar la corda…

Paolo “l’apostata”, perché, dicono, qui termina la vita di Gesù e incomincia il cristianesimo: così lo studioso Klausner nel 1933.
Paolo il “traditore scismatico”, giudeo di Tarso, giudeo ellenizzato, che tradì Gesù, perché il muro eretto con il giudaismo porta inscritto il nome di lui, Paolo, l’ebreo che si servì del modello greco-romano della divinizzazione d’un uomo. Perché Gesù, personaggio storico, ottimo rabbino, tale da poter stare vicino a Hillel e Shammai, non era Dio, ma solo uomo e non volle fondare alcuna nuova religione. L’originale lavoro di Gesù cambiò davvero direzione con l’“apostata”?
Paolo il “globalizzato” di allora, aperto a diverse e variegate influenze culturali e religiose, pregio di cui ancora oggi possiamo godere.

Come avrebbe reagito Paolo dinanzi a queste qualifiche? Come a delle (s)qualifiche! Dove porta allora il nuovo itinerario spirituale tracciato da Paolo, con la sua teologia profondamente radicata nel mondo farisaico giudaico di allievo di rabbi Gamaliele I, che significa, fra l’altro, accogliere l’idea della risurrezione del corpo e non solo dell’anima?

Porta a una conclusione da cui rileggere tutta un’esistenza che poggia sui profeti d’Israele, sulla loro viva esperienza da cui sgorgano i richiami rivolti al popolo di Israele e alle genti. Porta alla Cappella Redemptoris Mater in Vaticano.

Porta a un mosaico che non indica uno dei volti di Paolo da allineare vicino agli altri e quindi da assommare o da considerare sfaccettature per girare a tutto tondo intorno a una gigantesca figura di uomo toccato da Dio, ma al punto finale della sua esistenza. Quello che mette dinanzi agli occhi e al cuore di tutti “come” Paolo incontrò il suo Signore e in questo “come” fa balzare immediato il “perché”.

Nel mosaico, dai vivi colori e dalle luci taglienti, Paolo, cittadino romano con il capo mozzato dalla spada, è steso a terra, ormai cadavere abbandonato al suolo. Il rosso delle tessere domina, guizza e cola sul volto semita dagli occhi chiusi. La mano del tessitore di tende, però, dimostra ancora la sua forza e, con energia, bloccata dalla rigidità del cadavere, stringe un tronco che affonda le radici nella terra. Lo sguardo risale il tronco marrone e coglie una lussureggiante chioma verde: immediatamente il pensiero corre a una lettera di Paolo, quella ai Romani, in cui parla dell’olivo e dell’olivastro, di Israele e della Chiesa.

Quando lo si legge, Paolo appare davvero uno sprovveduto agricoltore se di agricoltura si trattasse: pretende infatti di innestare l’olivastro sull’olivo, mentre è risaputo che si procede proprio al contrario, in quell’arte antica dell’innesto tanto praticata nella vegetazione mediterranea.

Allora nelle qualifiche di Paolo si deve annoverare anche quella di “agricoltore fallito” o “fallimentare”? No di certo. Il messaggio è altro e ben profondo: non è opera umana quella che state considerando, è dono unico di Dio. Egli opera nella natura, ma da Signore qual è. Vuole indicare la dinamica della vita, dell’eredità di Israele che continua perenne.

Paolo, che tanto si era vantato di essere israelita, di godere di tutti i doni della chiamata e dell’eredità del popolo, eppure aveva incontrato Cristo cadendo a terra folgorato dalla sua luce, non rinnega nulla, si lascia solo fiorire, nel suo sangue versato, come quello di Gesù Cristo per Israele e per ogni persona. Paolo lascia la vita avvinghiato alla radice santa, stretto all’olivo che è Israele, ma per Cristo.

Paolo sigilla il suo annuncio con la ceralacca del suo sangue e, “trasgressore” qual è, stringe l’olivo da cui Gesù Cristo è nato nella storia e da cui proviene come genealogia. Noi, olivo e olivastro, da Paolo guidati a comprendere.

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