Redazione

29/02/2008

di Alessandra BOGA

Il Padre nostro torna come tema di esercizi spirituali – base del messaggio cristiano, consegnato fin dal Battesimo – quasi un richiamo all’essenzialità richiesta da Cristo “nella preghiera come nella vita” : “Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole” (Mt 6,7), raccomanda. E ancora: “Non accumulatevi tesori sulla terra… Non affannatevi di quello che mangerete e berrete…” (Mt 6, 19.25).

Se l’argomento non è nuovo, lo è però il modo di trattarlo in questo testo. Come “un fuoco d’artificio o finire sotto gli scrosci di un temporale”, la scrittura è fluida, “accelerata” e ricca di sostanza, pensata per coinvolgere il lettore. Tuttavia in tono tutt’altro che aggressivo: semmai si tratta dell’impeto entusiastico proprio di chi ha molto da dire, ma ha solo lo spazio della comunicazione verbale. Ciò non significa affatto disorganizzazione nell’esposizione, bensì “un discorso denso, tale quasi di non lasciare respiro”: in sostanza “lo stile è al servizio del messaggio”, che è essenziale esattamente come la preghiera del Padre nostro.

Essa viene qui commentata con numerosissime citazioni, che vanno da quelle bibliche ad autori contemporanei e si avvale di richiami, “risonanze” che vanno dai salmi ai racconti di vita. Nell’auspicio che il lavoro, letto consapevolmente per quanto trascinante, possa essere utile come lo è stato per l’ Autore che ha inteso evitare banalizzazioni nel trattare una preghiera così frequentemente pronunciata.

Il testo vuole essere una riflessione sul fatto che il tempo che abbiamo a disposizione non è solo “kronos”, ma “kairos”: una “storia di salvezza, di alleanza, d’amore”. L’amore di Dio per noi e per il quale ci ha creati: unici e irripetibili, “sulle palme delle Sue mani” (Is 49,16). Lo ha spiegato chiaramente nella sua prima omelia da Pontefice: “Non siamo un prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, è amato, è necessario” (24 aprile 2005).

Questo è naturalmente un concetto cristiano, ma è ripreso in contesto indù in una riflessione di Tagore dal titolo “Individuo”: “In mezzo alla creazione infinita di Dio, solo e soltanto io, io solo. Io incomparabile e io imparagonabile. O mio Signore, in questo solo io, in questo particolare io, Tu hai una gioia particolare, una manifestazione particolare. C’è un particolare gioco con questo che si chiama io, separato da tutto il resto della tua creazione. Io mi unirò a questo gioco. Nel campo di questo mondo la mia vita umana possa portare questo gioco particolare con bellezza, con musica, con purezza, con grandezza in piena coscienza. Non dimentichi che tu in me hai una particolare dimora. Signore, voglio che questo particolare io sia un successo”.

Lo stesso è espresso per esempio da personaggi come il cardinale Martini, il quale sottolinea come siamo tutti fratelli in Cristo e nel Suo amore: “Noi siamo nella Parola di Dio, essa ci spiega e ci fa esistere…”. Tutti i nostri dolori, la vita, la morte, l’amore, le relazioni interpersonali e le solitudini: tutti sono riconducibili ad un Dio che ci ama incondizionatamente. Perciò osiamo dire: “Padre nostro”.

Questa però non dev’essere una preghiera inflazionata, ma considerata “un sacrificio spirituale” – così è definita l’orazione in un trattato a tema di Tertulliano – “adatto” pure al nostro tempo, all’era della globalizzazione, in cui siamo a contatto anche con altre confessioni religiose – e il Concilio Vaticano II nella “Nostra aetate” ci insegna a rispettarle e ad apprezzare quanto di positivo contengono -, poiché a loro volta sono segno dell’uomo che cerca Dio, per dirigerlo, attraverso le fatiche della vita, verso l’amore e la salvezza.

Angelo Rusconi
“Osiamo dire: Padre nostro”
Ancora, 2008 Milano
112 pagine, 11 euro

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