Il Servizio diocesano per l'Irc ha organizzato, in collaborazione con l'Università di Bergamo, un corso per formatori: 140 i partecipanti. Il loro impegno continuerà l'anno prossimo sul territorio


Redazione

27/06/2008

di Luisa BOVE

Si è concluso il corso per formatori organizzato dal Servizio Irc della diocesi di Milano in collaborazione con l’Università di Bergamo, in particolare con il Centro di ateneo per la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento di cui è responsabile Giuseppe Bertagna. All’iniziativa hanno partecipato 140 insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado provenienti dalle sette zone pastorali. «In questi anni è cresciuta la ricerca di una didattica sempre più attenta a raggiungere il vissuto dei ragazzi», spiega il responsabile diocesano don Michele Di Tolve.

«Per questo è nata l’esigenza nelle diocesi italiane, e quindi anche nella nostra, di avere insegnanti preparati e capaci di stare vicino ai loro colleghi». Ciò significa che «l’anno prossimo avremo in ogni decanato insegnanti della scuola dell’infanzia, della primaria di primo e secondo grado che si assumeranno la responsabilità durante i corsi di formazione organizzati dal Servizio Irc diventando punti di riferimento per i loro colleghi».

Il primo incontro, durato l’intera giornata, si è tenuto il 3 febbraio a Seveso con Annamaria Ponzellini che ha sottolineato il valore delle diverse forme espressive. La vita dei ragazzi infatti può essere interpretata anche attraverso il linguaggio non verbale che spesso i giovani usano per comunicare. Bertagna, che è intervenuto nei due successivi incontri tenuti a Milano presso l’Istituto superiore di scienze religiose, ha spiegato che occorre «passare dalla scuola delle conoscenze alla scuola delle competenze».

Non basta concentrarsi sulle materie e sui libri, ma bisogna chiedersi in che modo i ragazzi attraverso questi strumenti sono aiutati a maturare. Imparare infatti non è fine a se stesso, spiega Bertagna, «ma il modo in cui ogni persona aumenta la propria capacità di giudizio, diventa migliore, matura nelle relazioni con gli altri, interpreta meglio l’ambiente che lo circonda, giudica in maniera attendibile». Sapere dunque è importante, «soprattutto nella religione», è come «un’acqua che imbeve il terreno e lo feconda», se invece scorre via «non riesce ad avere una valenza educativa».

«Se a scuola per esempio volessimo affrontare il tema della figura di Dio Padre», dice don Di Tolve, «si dovrà tener conto dei contenuti teologici, pedagogici e didattici». L’insegnante dovrà quindi chiedersi: «Che cosa significa per questi ragazzi il padre, in un contesto come quello di oggi in cui la figura paterna è problematica?». Per quanto riguarda i contenuti teologici, spiega il responsabili Irc, i professori di religione avranno la possibilità di collaborare con i docenti della Facoltà, dell’Istituto superiore di scienze religiose e del Seminario, «mentre la parte didattica sarà costruita insieme nei corsi di formazione».

Per don Michele Di Tolve infatti è importante che gli insegnanti non siano lasciati soli nell’elaborazione della proposta didattica e che siano aiutati a verificare il loro lavoro. Ogni professore di religione al termine del percorso deve chiedersi: «Quali risultati ha prodotto? Il contenuto che volevo far “passare” è arrivato davvero ai ragazzi?».

Per il corso di formazione di quest’anno la scelta non è stata quella di lavorare sui contenuti teologici, «ma ci sembrava più importante avere un lessico comune», perché rispetto all’idea di persona esistono diverse opinioni di pensiero. A partire dalla domanda: «Chi è l’uomo descritto oggi dalla scuola?», «abbiamo scelto di guardare alla persona umana secondo la prospettiva personalistica cristiana».

L’idea è di realizzare in futuro corsi di aggiornamento nelle diverse zone pastorali perché gli insegnanti possano «coordinarsi e costruire progetti attenti al territorio, capaci di interagire con tutte le realtà presenti: famiglia, comunità cristiana, associazioni e istituzioni civili». L’insegnamento della religione cattolica infatti «non prescinde dal territorio in cui si vive – dice Di Tolve -, per questo gli insegnanti dovranno interpretare al meglio le necessità e i bisogni, ma anche far emergere le risorse che esistono». L’Irc è un «piccolo strumento» che permette «al contesto locale di interagire con il mondo della scuola, per creare quell’alleanza educativa che il nostro Arcivescovo chiede dall’anno scorso».

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