Dopo la settimana di esercizi spirituali a Rho, saranno ordinati dall'Arcivescovo sabato 7 giugno in Duomo. Quindi prima messa nelle parrocchie di origine e ritorno nelle realtà pastorali dove erano stati destinati fin dall'ultimo anno in Seminario


Redazione

06/06/2008

di Luisa BOVE

Dopo una settimana di esercizi spirituali a Rho, sabato 7 giugno i 23 diaconi ambrosiani varcheranno le porte del Duomo dove saranno ordinati sacerdoti dal cardinale Dionigi Tettamanzi. Alla solenne celebrazione, che avrà inizio alle 9, parteciperanno moltissimi fedeli delle parrocchie di origine dei candidati e di quelle in cui hanno svolto un servizio pastorale.

Le storie personali dei futuri preti sono tutte diverse: c’è chi ha sempre vissuto all’ombra del campanile e chi si è allontanato per anni dalla Chiesa, chi si interroga da quando era bambino e chi è approdato in seminario da adulto.

Don Gioel Ruiu (28 anni), della parrocchia di S. Giovanni Bosco a Milano, è entrato in Seminario nel 1998, dopo aver conseguito il diploma in ragioneria, ma ha intrapreso un lungo cammino di discernimento. Oltre all’esperienza in alcune parrocchie e nel carcere di San Vittore durante la quarta teologia, Gioel ha trascorso anche un anno a Santa Maria degli Angeli ad Assisi, seguito da un frate minore, lavorando in una residenza psichiatrica per pagarsi da vivere. Poi è tornato al Seminario di Venegono Inferiore, dove ha ripreso e concluso gli studi.

«La prima volta che ho pensato di fare il prete è stato in terza media», racconta oggi. Guardando il prete dell’oratorio («un tipo entusiasta e contento della sua vita») ha pensato: «Potrei farlo anch’io». E al corso di orientamento per scegliere la scuola superiore sulla scheda ha indicato due possibilità: “impiegato” o “prete”. Ma la domanda sulla sua vita era sempre aperta.

Così negli anni dell’adolescenza ha iniziato a partecipare a qualche incontro e ritiro organizzato dal Seminario. Intanto era sempre più inserito nella vita dell’oratorio, prima come aiuto catechista, poi come educatore e responsabile del gruppo, «tutte esperienze che mi hanno aiutato a maturare». Alla fine delle superiori «ho chiesto di entrare in Seminario con l’intenzione di verificarmi e formarmi».

Un cammino molto esigente, «ma io mi sono messo in gioco», ammette don Gioel, che presto sarà prete. Tornerà nella parrocchia di San Giuliano Milanese, dove svolge la sua attività pastorale, ma sa che «con i tempi che corrono non sarà facile. Però se guardo alla mia storia devo riconoscere che la Chiesa mi è sempre stata “madre” e per un amore così vale la pena dare la vita».

Se dovesse dare un consiglio ai giovani di oggi direbbe loro «di avere il coraggio di farsi le domande vere e la pazienza di cercare le risposte». Il rischio infatti è quello della «superficialità», cioè «della difficoltà ad andare in profondità. Molti a volte intuiscono la domanda, ma non si mettono in cammino per trovare la risposta. Io stesso dovevo diventare prete in sei anni e ce ne ho messi dieci, ma sono contento così».

Per don Antonio Pogliani invece il discernimento è durato meno, ma è iniziato in età adulta. «Ancora oggi sono io il primo a stupirmi dell’intervento forte e bello del Signore nella mia vita», ammette il candidato di 51 anni compiuti. Ha iniziato a lavorare presto, subito dopo il diploma in ragioneria, e intanto frequentava i corsi serali di Economia e commercio in Cattolica.

«Per quasi 25 anni ho lavorato in uno studio commercialista molto importante in pieno centro a Milano, collaborando personalmente con il capo». E aggiunge: «Avevo molte amicizie, mi piaceva viaggiare, avevo la passione per le macchine (ne ho avute di belle e di grosse) e qualche sana relazione affettiva».

Intanto, però, si era allontanato dalla Chiesa, «ma non dalla fede, pur vivendo lo stile di vita del mondo». In effetti «ho sempre mantenuto un rapporto personale con il Signore, facendo soste nelle chiese. Anche quando viaggiavo avevo l’abitudine di fermarmi». Poi, intorno ai 43 anni, ha iniziato a «rimettere in discussione la vita» e un piccolo episodio ha segnato questo passaggio.

«Nel luglio 1999, mentre riordinavo la mia libreria – racconta don Antonio -, ho ritrovato un Vangelo che mi era stato regalato nel 1966 in occasione della Cresima. Incuriosito, ho ricominciato a leggerlo», poi è tornato a frequentare la Messa, ad ascoltare la Parola e ha riscoperto la confessione e i sacramenti: «Mia sorella dice che “Dio mi ha rivoltato come un calzino”».

Dopo un anno e mezzo ha avuto il primo colloquio con il rettore del Seminario e a 45 anni ho intrapreso il cammino. «Forse ho perso tempo – ammette -, ma ho scoperto la bellezza del perdono. Il Signore mi ha accompagnato, perché non ero un uomo di “sacrestia”, mi piaceva il mondo e durante il week-end andavo spesso in località famose. Ora il mio fine settimana è diventato la domenica e l’oratorio».

Oggi nella parrocchia di Gaggiano segue anche un gruppo familiare e la sua esperienza nel mondo del lavoro gli facilita il rapporto e lo aiuta a trovare il linguaggio giusto, perché «si va dal semplice operaio, al laureato, dall’ingegnere al piccolo imprenditore».

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