Nell'incontro diocesano del 15 gennaio dal titolo "Non pronunciare il nome di Dio invano" hanno partecipato il rabbino Giuseppe Laras e il biblista don Gianantonio Borgonovo spiegando che la questione non può essere solo terminologica, ma anche di rispetto e di comprensione reciproca. Giovedì 17 convegno all'Ambrosianeum


Redazione

Il rabbino Giuseppe Laras e il biblista don Gianantonio Borgonovo hanno spiegato che la questione non può essere solo terminologica, ma anche di rispetto e di comprensione reciproca

17/01/2008

di Annamaria BRACCINI

“Non pronunciare il nome di Dio invano”: nella bestemmia, nella frase volgare, certo, ma non solo. Perché sono tanti i modi con e attraverso i quali si reca offesa al Signore, ogni volta che il nome è detto a sproposito, quando lo si banalizza o, addirittura, si ha la pretesa di perpetrare violenze e ingiustizie in questo stesso nome.

Anche per questo approfondire la terza delle Dieci parole – appunto “Non pronunziare il nome del Signore Dio tuo invano”, secondo Esodo 20, 7 – come tema della Giornata di riflessione ebraico-cristiana, riveste un significato di grande valore. E non solo perché si prosegue nel cammino di interpretazione del Decalogo, indicato dalla Conferenza Episcopale Italiana per il 17 gennaio e iniziato nel 2005, ma anche in quanto la III parola interroga quotidianamente la testimonianza dei credenti, sia ebrei che cristiani.

E’ in un tale ampio contesto di riferimento, infatti, che si è svolto, presso il Seminario di Seveso, l’incontro diocesano per la Giornata 2008, realizzatosi nel dialogo tra rav Giuseppe Laras, già rabbino capo di Milano e presidente dell’Assemblea dei rabbini d’Italia e don Gianantonio Borgonovo, docente di esegesi del Primio Testamento presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e di Lingua ebraica all’Università Cattolica.

Così, se per rav Laras, fare il nome di Dio «vanamente» – ma si potrebbe anche dire pure «falsamente» – richiama, ovviamente in negativo, il modo nel quale va vissuto, al contrario, un autentico rapporto con Dio, per Borgonovo, l’intera questione del «nome divino va inserita e trattata in riferimento all’avverbio laššaw, la cui radice ebraica indica l’inutilità o l’infondatezza di un’azione».

Chiaro, per entrambi i relatori, quindi, il riferimento anche alla realtà concreta, in cui il comandamento può inserirsi. Lungi dall’essere solo un problema di “nominalismo” o formale, il pronunciare il nome di Dio si lega, infatti, al più complessivo tema di un «chiamare in causa il divino – come è stato affermato – che può generare nell’uomo un senso di onnipotenza e di autosufficienza», quasi che, per usare un’espressione di rav Laras, colui che parla di Dio divenga il «padrone della Sua esistenza». Questa “onnipotenza” concreta «che segnala, tuttavia, un’immaturità nell’esperienza di fede – ha proseguito – e una sorta di “indebolimento” dell’idea del divino sono alla base di tante problematiche sociali odierne». Basti pensare alla violenza compiuta nel nome di Dio, come non a caso veniva sottolineato dalla Dichiarazione congiunta del Comitato internazionale cattolico-ebraico del 2004.

Dunque, un preciso richiamo anche ai “falsi miti” di ieri e di oggi – e come dimenticare che la III Parola, citata per intero, recita “Poiché il Signore non lascerà impunito chi avrà pronunciato il Suo nome invano”? – e alle idolatrie che «hanno a che fare con l’inutile e assurda pretesa di coinvolgere il divino attraverso il suo nome».

“Essi parlano di Te con inganno, abusano del Tuo nome”: «èquesto il significato che si inquadra meglio nel contesto del comandamento», ha notato, da parte sua don Borgonovo, secondo il quale «l’alternativa positiva di una tale indicazione sarebbe la “santificazione del Nome”, il riconoscerne, cioè, l’alterità radicale». Ed è, allora, interessante vedere come, in un tale contesto, il comandamento «sia in simmetria con l’onore che si deve al padre e alla madre».

Insomma, «non si conquista il nome di Jhwh e solo Jhwh può fare grande il nome di un uomo», ha concluso Borgonovo, evidenziando la specifica responsabilità che ciò impone alla consapevolezza, attualmente, non troppo diffusa tra le comunità cristiane di un uso improprio del tetragramma sacro. Una riflessione che non può non mettere in gioco anche una «teologia che nel mondo occidentale è diventata progressivamente un’esplicazione “positiva” dell’idea di Dio, quasi se ne volessero esplicitare tutti gli aspetti e non salvaguardarne il mistero».

Non una questione solo di terminologia, quindi, ma di rispetto e di comprensione reciproca, indiscutibilmente alla base di ogni dialogo.

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