Nel rapporto 2008 di "Aiuto alla Chiesa che soffre" evidenziate le sofferenze dei cristiani in Iraq, India e Pakistan, Cina e Corea del Nord, Eritrea e Arabia Saudita. Maglia nera all'Indonesia e alla Nigeria


Redazione

28/10/2008

di Rita SALERNO

Sono più di sessanta le nazioni in cui si registrano gravi violazioni della libertà religiosa. Dall’Iraq, dove dalla fine di settembre duemila famiglie cristiane sono state costrette a lasciare Mosul a causa delle persecuzioni, al Pakistan che ha promulgato una legge sulla blasfemia, per finire con l’India, dove non si arrestano gli attacchi e le stragi di cristiani a opera di estremisti indù. A rendere nota la situazione in tutto il mondo è il rapporto 2008 di “Aiuto alla Chiesa che Soffre”, presentato nei giorni scorsi a Roma.

L’indagine, tradotta in sette lingue, è stata illustrata in contemporanea in Italia, Francia, Spagna e Germania. La negazione della libertà religiosa è sulle pagine di tutti i giornali e violenze e soprusi si registrano quotidianamente in ogni angolo del pianeta. Il quadro preoccupante vede in testa l’Asia, con dieci dei tredici Paesi nella lista nera delle nazioni con gravi limitazioni alla libertà religiosa.

«Purtroppo dobbiamo registrare un aggravarsi delle condizioni di vita dei credenti in numerose aree del mondo – ha detto padre Joaquin Alliende, presidente di Acs, intervenuto alla conferenza stampa insieme al vaticanista di Repubblica Marco Politi e a padre Bernardo Cervellera, responsabile di Asia News -. L’esercizio concreto della libertà religiosa, oggi più che mai, costituisce un test sul grado di libertà e giustizia che vige in una nazione, e quindi sul reale tenore democratico di quel Paese».

Padre Alliende ha sottolineato anche che Acs «vive grazie a una rete internazionale di circa 600 mila benefattori in tutto il mondo e i progetti che vengono sostenuti rispondono alle richieste che ci giungono dai diversi contesti. Non pensiamo di avere progetti a tavolino da esportare, ma cerchiamo di soddisfare le esigenze della base dei credenti cui ci rivolgiamo».

Stando al rapporto 2008, la situazione della libertà religiosa non migliora in Cina a causa del nodo-Tibet. E in Corea del Nord, dove sono brutali le violazioni verso buddisti e cristiani non appartenenti a organizzazioni di partito. Unica nota positiva: negli ultimi due anni si registra una maggiore apertura verso la Chiesa cattolica e i missionari protestanti che riescono a entrare con maggiore facilità attraverso le organizzazioni umanitarie. Maglia nera all’Indonesia, dove tra le maggiori minacce c’è il terrorismo, e alla Nigeria, dove vige la sharia.

Tra i Paesi del vicino Oriente, l’Egitto è quello che conta il più grande numero di cristiani: in grande maggioranza appartengono alla Chiesa copto-ortodossa, gli altri invece fanno parte delle comunità ultra-minoritarie. Si segnala la delicata situazione dell’Eritrea, dove nell’agosto 2007 le autorità hanno ordinato alla Chiesa cattolica di cedere al Ministero per il benessere sociale e il lavoro tutte le strutture (ospedali, scuole, centri d’istruzione). L’Arabia Saudita è il Paese islamico in cui la libertà religiosa è negata con maggiore evidenza, anche da un punto di vista formale.

Ma nel rapporto si sottolinea che la religione più diffusa è quella cristiana, con quaranta milioni di fedeli. Secondo Elvira Zito, dell’ufficio stampa di Acs, «sicuramente c’è scarsa attenzione riguardo la libertà religiosa perché probabilmente è stato ritenuto, per molti anni, un diritto secondario della persona. È soltanto negli ultimi anni, e anche per le situazioni di attualità che si sono verificate a livello mondiale, che si è ritrovato un po’ di interesse attorno a questo argomento» .

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