È l'auspicio che monsignor Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, esprime alla conclusione del Sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio a cui ha partecipato


Redazione

24/10/2008

di Rita SALERNO

È reduce dall’esperienza sul Sinodo, la prima da quando è a capo del dicastero vaticano per i testi legislativi, monsignor Francesco Coccopalmerio. Per tre settimane, con 253 Padri sinodali e a molti laici, divisi tra 41 esperti e 37 uditori, si è immerso nel dibattito su nuovi linguaggi, esegesi e omiletica.

Come lui stesso tiene a precisare, ha scambiato opinioni ed esperienze e intrecciato conoscenze: «Èstata un’esperienza di comunione fraterna con tanti vescovi provenienti da ogni parte del mondo, ognuno con la sua storia e lingua diversi. Dopo i primi momenti d’incertezza, sono nate grandi amicizie e scambi di esperienze e di propositi. La definirei un’esperienza rilevante e di considerevole arricchimento».

Giudica positivamente anche la componente femminile presente al Sinodo. Ben 25 tra esperte e uditrici: la più elevata partecipazione femminile nella storia di questa istituzione ecclesiale. «Una presenza significativa – aggiunge -, che ha dato un apporto concreto sia in aula, sia nei circoli minori».

Tanti i rappresentanti del laicato che monsignor Coccopalmerio ha conosciuto in questa occasione, storica anche per la partecipazione del patriarca ecumenico Bartolomeo I e del rabbino capo di Haifa Cohen. «Una novità assoluta, che sta a significare che la Chiesa desidera sempre più apertura, comunione, presenza – racconta -. Direi che in particolare il Patriarca di Costantinopoli ha lasciato un segno indelebile e ha dato la misura della sua spiritualità e della sua grande fede nei confronti della Sacra Scrittura. Nella Cappella Sistina abbiamo vissuto davvero un momento toccante».

A dimostrazione che anche la Bibbia può essere strumento di dialogo nel cammino verso l’unità: «Anche se non siamo pienamente uniti sul piano della comunione ecclesiale, lo siamo per quello che riguarda le Scritture e lo diventiamo sempre più per l’amore che ci unisce nei confronti della Bibbia. È da considerare una via privilegiata per arrivare alla piena unità, quando il Signore ce la darà».

L’ Instrumentum Laboris del Sinodo ha dedicato un capitolo «ai rapporti ecumenici e interreligiosi, senza dimenticare i nessi della Bibbia con coloro che si dichiarano lontani dalla Chiesa o addirittura non credenti». E sappiamo che tra le priorità del Papa c’è proprio il cammino ecumenico…
La Parola di Dio e la lettura della Sacra Scrittura sono certamente elementi di comunione tra la Chiesa cattolica e le altre Chiese cristiane, perché tutti leggiamo e ascoltiamo la stessa Parola di Dio. È necessario che la Sacra Scrittura sia portata a conoscenza di coloro che non credono o che non sono battezzati. Non si tratta solo della cosiddetta missione ad gentes, cioè rivolta a quei popoli che non hanno ancora la fede cristiana. Ma, al contrario, si tratta di far conoscere la Bibbia a quanti non vanno a messa, oppure che si sono allontanati dalla Chiesa. Non sotto la forma della predicazione, ma per esempio offrendola su un piano culturale, mettendo a disposizione la storia e le sue implicazioni. Mi sembra che, soprattutto a Milano, i Centri culturali parrocchiali fanno molto in questa direzione e da sempre sono molto attenti a questo aspetto.

Il primato della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa è stato l’obiettivo di questo Sinodo. Come si presenta la situazione italiana rispetto a quella di altri Paesi europei e in particolare nella diocesi di Milano?
La situazione italiana è migliore rispetto a tanti Paesi europei. Penso alla diocesi di Milano, che ha avuto per più di vent’anni come arcivescovo il cardinale Martini, che ha impresso un segno forte sul tema Bibbia. Ha insegnato, l’ha predicata, ha voluto fortemente la pratica della Lectio divina. La diocesi di Milano, in questo senso, è privilegiata. Probabilmente ci sono alcune diocesi nel mondo che hanno molto bisogno di sviluppare maggiormente la presenza della Parola di Dio. Mi risulta, infatti, che in alcune regioni non ci sono ancora traduzioni della Bibbia e c’è molto analfabetismo. Molti ancora la conoscono solo perché gli è stata riportata da altri.

Contro la secolarizzazione – ha detto recentemente Benedetto XVI – c’è solo la Parola di Dio. Ma per rivitalizzarla bastano le settimane bibliche o la Lectio divina?
È difficile rispondere. Penso che le settimane bibliche e la Lectio divina siano importanti. Probabilmente è necessaria un’azione pastorale capillare che parta dai vescovi e arrivi ai parroci, perché sensibilizzino molto i fedeli sulla pratica della lettura della Parola di Dio.

Il suo auspicio a conclusione di questo Sinodo?
Mi auguro che quello che è stato detto al Sinodo e che sarà consegnato al Santo Padre per scaturirne come esortazione post-sinodale possa veramente arrivare a tutti i fedeli, anche a quelli più giovani, con un linguaggio accessibile a tutti, scaldando i cuori e infondendo un grande amore per la Parola di Dio e per la lettura della Sacra Scrittura. Mi piacerebbe proprio che tutti arrivassero a leggere ogni giorno la Sacra Scrittura. È importante che nella nostra preghiera, d’ora in poi, si ascolti quello che il Signore ha da dirci. Il che significa leggere la Sacra Scrittura. Il mio auspicio è che in tutte le liturgie eucaristiche, specialmente in quelle della domenica, la Parola di Dio sia proclamata in modo perfetto. Voglio dire da lettori veramente preparati, in grado di conquistare l’attenzione dei fedeli e capaci di trasmetterla nella sua ricchezza emozionale. Per questo è necessario che siano sempre più qualificati, tenendo contoche a Milano, per esempio, ci sono valide scuole per operatori pastorali. È molto importante che i parroci acquistino questa sensibilità.

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