L'eccessiva clericalizzazione delle nostre comunità non dipende dal fatto che i preti non vogliono cedere il loro ruolo, ma dal fatto che i laici non vogliono riconoscere autorevolezza ad altri laici: il salto di qualità deve partire da qui e approdare a una comunione corresponsabile. Famiglia come punto di riferimento, in coerenza con il Percorso pastorale triennale


Redazione

20/03/2008

di don Luigi CALDERA
Parroco di S. M. Assunta a Cernusco sul Naviglio

Quando incontro genitori e padrini per preparare la celebrazione del Battesimo e durante il rito, prima dell’unzione con il crisma, segnalo sempre che io sono prete perché ho ricevuto il Sacramento dell’Ordine (e nessuno sa che cosa sia), mentre tutti siamo sacerdoti perché abbiamo ricevuto il Battesimo. Oltre che sorprendente, trovo molto opportuno che il cardinale Tettamanzi, in una celebrazione a cui sono particolarmente invitati i preti, abbia richiamato tutti all’importanza del sacerdozio comune.

Diciamolo senza remore e senza pietà: le nostre comunità sono decisamente troppo clericali. Ma, attenti: se fosse perché i preti non vogliono cedere il loro ruolo o non si fidano dei laici, non ci sarebbe nulla di particolarmente strano. Il problema, invece, è che gli stessi laici non credono nei laici, cioè non vogliono riconoscere ad altri laici l’autorevolezza di un ruolo che possa essere di riferimento per la comunità, anche solo temporaneamente (conseguenza dell’egualitarismo che ci ha nutrito nei decenni scorsi?).

Passo subito al punto dove l’Arcivescovo ha parlato di comunione corresponsabile tra presbiteri e laici in forza del Battesimo e si è chiesto: «E una famiglia, inserita nel Direttivo di una comunità pastorale, non potrebbe essere, in assenza di un presbitero, il soggetto più adatto per essere punto di riferimento per una parrocchia o comunque per una comunità ecclesiale dotata di una propria identità e parte di una più vasta comunità pastorale?».

Questa domanda mi sembra coerente con il Percorso pastorale triennale: non solo si insiste sul ruolo dei laici a partire dal Battesimo, ma si sottolinea che anche il Matrimonio è, alla pari con il Sacramento dell’Ordine, un Sacramento sociale a servizio anche della crescita della comunità cristiana.

Mi costa dirlo, ma ho sempre più l’impressione che i nostri Pastori siano un bel po’ più avanti di noi, preti e laici! Se fanno sul serio, e non ho motivi per credere il contrario, rischiamo di veder cambiare molto velocemente e in meglio il volto delle nostre comunità e della nostra Chiesa diocesana.

Essendo direttamente interessato all’esperienza delle comunità pastorali, non posso fare a meno di richiamare l’indicazione del “deciso salto di qualità” da fare, valorizzando il ruolo attivo e missionario dei fedeli laici, come già nella Chiesa primitiva: altro che ritorno all’antico, come provocatoriamente ricorda il Cardinale!

E a questo proposito mi pare oltremodo significativo che in questa omelia, dopo lunghi silenzi, per ben due volte si sia parlato dell’Azione Cattolica: è anche questo un ritorno all’antico? Spero e auguro di sì, se questo vuol dire formare laici a condividere questa comunione corresponsabile che fa suo tutto quello che riguarda la diocesanità e quanto ne discende a livello di strutture e di contenuti.

Mi dicono che domenica al Palasesto gli adolescenti di Cernusco hanno fatto partire il coro «tutti pazzi per Tettamanzi». Se è vero, e se la mia non è scambiata per piaggeria (ma posso prevenirlo, scrivendo che qualche parte del testo, per esempio quella delle citazioni dei padri, in un contesto così potevano essere evitate), quasi quasi mi associo…

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