Vladimir, mercoledì 27 agosto La storia di un parroco cattolico e della sua chiesa

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Redazione Diocesi

27/08/2008

di Davide MILANI

«Una piccola cosa vorrei chiedervi, umilmente». Arrossisce padre Sergeij mentre avanza la sua richiesta ai preti ambrosiani che hanno appena terminato di celebrare la Messa nella chiesa di cui è parroco. Mostra – alla sua sinistra – la grande, magnifica, croce dipinta su tavola che ancora odora di vernice: «l’ho commissionata ad un iconografo di Vladimir, ma il prezzo è lievitato durante l’esecuzione. Sapete l’inflazione…». Non ha la forza di finire la frase ma è chiaro che non ha i soldi per finire di pagare la grande icona.
Gli 80 preti di Milano – che sanno quanta fatica serve per rendere bella una chiesa – mettono mano ai portafogli e in pochi minuti tra euro, rubli e dollari spunta un bel gruzzoletto.
Padre Sergeij è commosso. Il debito si può saldare.

Due storie da raccontare, qui da Vladimir: quella del parroco cattolico russo di Vladimir e quella della chiesa Madonna del Rosario, unico tempio “romano” nel luogo dell’ortodossia per eccellenza.
39 anni, di famiglia russa, genitori ferventi ortodossi. «Il mio cammino nella chiesa cattolica è legato alla mia passione per la musica a lungo studiata fino al diploma in conservatorio. Poi l’esperienza decisiva: la Giornata Mondiale della Gioventù di Czestochowa nel 1991: «l’incontro con Giovanni Paolo II e la testimonianza dei giovani in preghiera davanti all’Eucaristia mi hanno segnato e spinto verso il sacerdozio nella chiesa cattolica».

Ci tiene a precisare – e lo ripete più volte – che «sono e rimango profondamente russo. Non c’è divisione nel mio cuore: la mia cultura è ortodossa, la mia fede è cattolica». E non c’è divisione nemmeno con gli abitanti di Vladimir, la maggioranza, gli ortodossi. Lo ha dimostrato il giorno precedente quando durante la visita del gruppo di Milano all’arcivescovo ortodosso Evlogij, padre Sergeij fa quasi da padrone di casa.
«È ottima la relazione tra la chiesa cattolica e quella ortodossa, racconta il prete. C’è grande stima reciproca, sia tra la gente che tra i sacerdoti».

Padre Sergeij guarda fiero la “sua” nuova croce e mostra dove verrà istallata: nell’abside, al posto del crocifisso – di maniera – in plastica. Dove c’era l’appartamento della signora Irina, morta un anno e mezzo fa.
Si, perché fino al 1993 questa chiesa era adibita a ben altro uso dal regime comunista. Confiscata era diventata la casa diverse famiglie di Vladimir. «I cattolici si attivarono per poter venire ad abirare qui, dopo la forzata chiusura della chiesa. Er il loro modo per custodire la sacralità del luogo» spiega padre Sergeij.

Il regime comunista ha colpito duro, qui, sia tra i cattolici che tra gli ortodossi. Un parroco di questa chiesa padre Antonio Zemiskewich è stato deportato e ucciso. È un nostro martire e intercede per noi». La chiesa di padre Sergeij ha “parlato” italiano, anzi “milanese” per tanti anni. Parroco suo predecessore è stato don Stefano Caprio, originario della diocesi ambrosiana.

Per sottolineare ulteriormente questo collegamento con la chiesa di Milano, a memoria di questo incontro, il cardinale Tettamanzi ha lasciato in dono la casula utilizzata nella messa appena celebrata.
È commosso, padre Sergeij, e con gli occhi lucidi saluta ad uno a uno i preti di Milano, ringraziando tutti con un caldo “Spassiba!”

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