Padre Marco Ferrario insieme a una quarantina di persone tra frati, suore, novizi e postulanti sta animando la missione popolare nella parrocchia di San Giuseppe della Pace


Redazione

03/03/2008

di Luisa BOVE

«La missione popolare è come un motore diesel, man mano che passa il tempo, la gente prende coscienza e ne parla, più aumenta la frequenza», dice il responsabile padre Marco Ferrario. Per questo si attente settimana prossima un’escalation di presenze. Una quarantina di persone tra frati, suore, novizi e postulanti sono impegnate nella missione francescana di San Giuseppe della Pace.

Qual è il vostro stile?
La missione ha capisaldi precisi secondo la spiritualità di san Francesco. Il primo è quello di porre Gesù al centro, per questo mentre andiamo nelle case a visitare le famiglie, in chiesa rimane sempre esposta l’Eucaristia per l’adorazione. Altra caratteristica è la fraternità. Una volta si suonavano le campane e la gente andava in chiesa ad ascoltare la predicazione di uno o due missionari. Noi invece ci muoviamo in gruppo, andando là dove la gente vive: case, bar, pub, negozi, centri commerciali, scuole… Inoltre portiamo sempre la gioia e il sorriso, perché ci accorgiamo che ne hanno tutti molto bisogno.

Come avviene la visita alle famiglie?
sono assenti perché andiamo in orari in cui la gente lavora, quindi incontriamo soprattutto anziani, casalinghe, studenti, turnisti… In genere l’accoglienza è buona, anche se c’è chi rifiuta, di solito con gentilezza. Ma tra questi ci sono anche tanti anziani che non aprono perché hanno paura, e lo capiamo, con tutto quello che accade… Ogni visita è diversa: con chi ha fretta l’incontro è breve, ma con chi si “apre” ci fermiamo a parlare e ci raccontano qualche loro tristezza, affanno o gioia.

E con gli assenti cosa fate?
Se non troviamo nessuno lasciamo un biglietto su cui la famiglia che desidera la visita indica giorno e ora possibile, poi porta il foglio in parrocchia e noi torniamo su prenotazione.

Avete girato anche il quartiere?
Finora siamo andati nei negozi, nei bar… anche per farci conoscere in vista dell’iniziativa “Luce nella notte”. Per invitare i giovani in chiesa era necessario un lavoro nei giorni precedenti: prendere contatto con i gestori e farsi vedere. Quando invece non vengono organizzate serate come queste allora si va nei negozi e si parla con la gente. Nelle ore di punta è più difficile, ma se il locale non è pieno si dialoga anche con i negozianti, qualcuno fa domande… è un’occasione di scambio.

In una città come Milano è ancora possibile “fare breccia” con il Vangelo?
Credo di sì, perché la gente oggi ha bisogno di speranza e di Gesù, anche se a volte non lo sa. Capisce che c’è qualcosa che non va ed è insoddisfatta. Avere tempo da dedicare al Signore (con una catechesi, un’adorazione eucaristica o una messa) aiuta a “rientrare in se stessi”. Da anni faccio le missioni e posso dire che quando si parla alle persone in modo autentico, portando ciò che si ha, cioè Gesù, si trova una grande apertura e la disponibilità a dare un senso diverso alla propria vita.

Quali i primi segnali di successo della missione popolare?
La messa iniziale con l’Arcivescovo ha richiamato molta gente e in generale la partecipazione è buona; abbiamo introdotto una messa al mattino alle 6.45 e l’altro giorno c’erano 70 parrocchiani. Anche ai gruppi di ascolto partecipano ogni sera oltre 160 persone. Ma il successo si vede soprattutto dal numero di confessioni, quando c’è tanta gente vuol dire che qualcosa è successo. Più volte mi è capitato di confessare persone che da 60-70 non si accostavano al sacramento. La missione è un’occasione, ma è il Signore che cambia i cuori.

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