Spesso la figura professionale dei docenti non è chiara, anche se esistono molti modelli formativi


Redazione

08/09/2008

di Luisa BOVE

Non ha dubbi il preside Graziano Biraghi: «Si può scommettere sul futuro della scuola valorizzando l’esperienza che già esiste. È da un decennio però che altri dicono come deve essere la scuola, mentre c’è stato poco spazio per gli “addetti ai lavori”». Per la verità qualcuno è stato anche coinvolto, «ma si tratta di un campione, solo per rendere plausibili quegli elementi che la politica voleva introdurre. E così ne è stato fatto un uso strumentale, ma oggi bisogna dare voce anche al personale scolastico, pur sapendo che ci sono moltissime contraddizioni».

«C’è anche un problema di formazione iniziale dei docenti – ammette il dirigente -, che rischia di dequalificare tutta la scuola, statale e paritaria». Anche rispetto ai corsi di aggiornamento non sempre è chiara «l’effettiva ricaduta» che hanno per l’insegnamento. «Le stesse figure professionali non sono ben delineate, risentono delle trasformazioni dell’università, di cui non si conoscono quasi i percorsi, il rapporto tra teoria e pratica, il tirocinio, le scuole di specializzazioni… La stessa formazione dei maestri si è fermata a metà degli anni Novanta».

Oggi esistono molti modelli formativi, ma il problema vero è che «c’è bisogno di una formazione più vicina ai canoni della ricerca, in cui i docenti svolgono un ruolo da protagonisti. Questo richiede molto tempo e un grande carico di lavoro. Potenzialità e voglia di fare però non mancano, anche se non sempre gli strumenti riescono a modellarsi sulle esigenze. Anche i continui cambiamenti e l’instabilità del quadro politico e amministrativo non facilita. Eppure ci sono molte ricchezze nella scuola, però spesso rimangono nascoste».

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