Da domenica sera 4 giovani, seguiti dal responsabile di Milano dell'Azione Cattolica, inizieranno l'esperienza di un mese di vita comune. Manterranno i loro impegnidi studio e lavoro, ma vivranno insieme momenti di preghiera, condivisione e svago


Redazione

22/02/2008

di Luisa BOVE

In questi ultimi anni si sono moltiplicate in diocesi le esperienze di vita comune rivolte ai giovani. Di solito sono i gruppi giovanili delle parrocchie a proporre ai ventenni alcuni giorni di fraternità da vivere in oratorio. Si tratta di iniziative spontanee, affidate spesso alla fantasia di preti ed educatori. Nelle diverse zone pastorali infatti non esiste un unico modello di vita comune.

Al termine del Sinodo dei giovani, nel 2002, una delle consegne del cardinale Carlo Maria Martini era stata quella di costituire nuove forme di vita comune ed esperienze di fraternità, dice Alessia Longoni, responsabile (uscente) del settore giovani di Azione Cattolica. «L’Ac, che accolse subito l’invito, istituì una commissione per studiarne il progetto. L’anno successivo partì la prima sperimentazione in città nell’appartamento utilizzato un tempo dagli obiettori di coscienza che prestavano servizio in Centro diocesano». L’iniziativa è chiamata “Casa di Zaccheo” (www.giovanimilano.it) e si rivolge a tutti i giovani, lavoratori o studenti, dai 20 ai 30 anni.

«Deve esserci da parte loro il desiderio di vivere un’esperienza di vita comunitaria in stile cristiano», dice Longoni. Durante la giornata sono previsti momenti comuni di preghiera, ma anche di riflessione e confronto su temi che interessano i ragazzi di oggi. Non si tratta quindi di un generico “stare insieme”, né di un’occasione per uscire di casa. Chi partecipa deve essere motivato e accogliere la proposta tout court.

«Per il resto – spiega la responsabile – non esiste una particolare selezione, ma è richiesto un colloquio con l’assistente di Azione Cattolica don Ivano Valagussa, che aiuta nel discernimento». Vivere un mese in comunità infatti presuppone una valutazione, anche rispetto ai propri impegni. Ogni partecipante infatti mantiene tutte le attività di studio e di lavoro nel corso delle settimane, ma dovrebbe sospendere altri eventuali incontri o appuntamenti «per vivere bene l’esperienza di fraternità e condivisione».

Alla Casa di Zaccheo, che può ospitare fino a 8 persone, la vita comune dura un mese, ogni 15 giorni però c’è il cambio: quattro persone arrivano, mentre altre quattro che hanno concluso il periodo tornano alle loro abitazioni. In questo modo tutti imparano lo stile dell’accoglienza reciproca. Naturalmente ognuno ha un ruolo: c’è chi cucina, chi fa la spesa, chi fa le pulizie…

La Casa non è aperta tutto l’anno, ma in periodi precisi, dipende dalle richieste dei giovani. «Quando qualcuno di loro ci contatta – spiega Longoni – cerchiamo di organizzare alcune occasioni di incontro per far conoscere tra loro i ragazzi, ma soprattutto per presentare l’esperienza». Alcuni già la conosco attraverso il volantino o il passaparola, ma molti sono quelli che scrivono chiedendo ulteriori informazioni.

«Ciò che spesso chiedono i giovani è di vivere la fraternità e mettersi a servizio degli altri imparando a stare in compagnia», chiarisce la responsabile. «Molti di loro infatti fanno questa scelta perché hanno l’esigenza di stare con gli altri, rinunciando a decidere solo per se stessi e tenendo conto delle esigenze dell’altro. Nello stesso tempo però vivendo un’esperienza spirituale forte». Per qualcuno infatti il mese di Zaccheo diventa l’occasione per tornare a un impegno di preghiera più costante, che la vita comunitaria rende più facile.

Durante il mese il gruppo è seguito da un responsabile che condivide l’intera esperienza e ha il compito di dare uno stile alla comunità. Gli assistenti di Azione Cattolica invece curano l’aspetto spirituale, celebrano l’Eucaristia nella cappella interna alla casa e sono disponibili per colloqui personali. Inoltre sono presenti alla verifica settimanale.

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