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Redazione

«Li amò sino alla fine». Con questa frase l’evangelista Giovanni introduce la cena durante la quale Gesù lava i piedi ai suoi discepoli. Da allora l’esempio del Signore ci inquieta e ci provoca. Ogni generazione è chiamata a decidere di «amare sino alla fine» gli altri, tutti gli altri.
E’ quello che fece don Carlo Gnocchi, che “consumò” la sua vita per amore. Era un prete entusiasta, don Gnocchi: riempì il suo oratorio di giovani e di ragazzi, contagiandoli con la sua gioia. Era un prete che non si risparmiava, don Gnocchi: fu sempre pronto ad ascoltare e confessare i mille studenti del Collegio Gonzaga, ove era padre spirituale; non c’era lettera cui non rispondesse, non c’era ragazzo che, nel bisogno, non lo vedesse arrivare. Voleva insegnare loro l’importanza dell’educazione del cuore: per essere uomini capaci d’amare in modo vero, cioè per tutta la vita, occorre essere ragazzi e giovani che hanno imparato le leggi dell’amore, che passano per la disciplina, il rispetto, l’impegno, la finezza, il servizio, la generosità del dono di qualcosa di sé, del tempo o delle capacità che Dio dona a ciascuno. «Amare – diceva – vuol dire donarsi, dimenticarsi, sacrificarsi». Chi ama instaura il circolo della felicità, perché «l’amore suscita amore». Certo, occorre la forza di Dio, perché «l’amore è la forza più benefica del mondo, (poiché) Dio stesso è amore».
La scelta di andare cappellano militare in Albania, in Grecia, in Russia seguiva questa logica: chi ama, non si risparmia, si pone accanto a chi più ha bisogno, siano i soldati esposti alla morte oppure i ragazzi, vittime innocenti della follia delle guerre. Per amore si dedicò ai mutilatini e agli orfani, perché continuassero a credere che, se c’è odio nel mondo, c’è, e ben più forte, l’amore di chi ama alla maniera di Dio.
Ai chierichetti, che parteciperanno al Meeting di sabato 25 ottobre dedicato proprio a don Carlo Gnocchi, non servono tante parole, ma l’esempio. Don Gnocchi lo è stato, anzi lo è: è il destino dei santi. Viene presentato loro don Gnocchi, perché si spera ardentemente che gli ultimi, delicatissimi, passi che mancano alla sua beatificazione si compiano in questi mesi. Si attende che il Papa confermi la severissima inchiesta, per poterlo chiamare e pregare “beato”. E chiedergli di benedire dal Cielo i nostri ragazzi, il nostro futuro.
Ennio Apeciti

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