L'importanza della formazione per quanti sono chiamati a essere corresponsabili e missionari nel segno di quel dono del sacerdozio comune richiamato dal Cardinale nell'omelia del Giovedì santo


Redazione

02/04/2008

di Marco VERGOTTINI
Responsabile Segreteria Sdop

«Immaginare un volto di comunità cristiana come segno vivo del Vangelo per il mondo»: così si possono rileggere le omelie del Giovedì santo pronunciate dal cardinale Tettamanzi.

Quest’anno l’attenzione è stata rivolta al sacerdozio comune dei fedeli, un tema di origine biblica e che ha conosciuto un forte rilancio nel ConcilioVaticano II. Parlandone come di un dono ancora da riscoprire nel tesoro della tradizione cristiana, l’Arcivescovo lo ha così efficacemente ripreso: «Prima di ogni distinzione gerarchica, prima di ogni differenza di vocazione, prima di ogni diversità di incarico, tutti nella Chiesa sono parte viva del popolo di Dio, grazie al Battesimo».

La comunità cristiana è chiamata, infatti, a riscoprire i fondamenti della vita battesimale, in quanto la Parola, i sacramenti e la comunione alimentano tutte le vocazioni e le missioni nella Chiesa. Oggi più che mai, a tutti i credenti è chiesto di prendersi cura del ministero dell’evangelizzazione e della vita ecclesiale, con la preoccupazione non già di difendere lo status quo, bensì di contribuire a ripensare il volto di una Chiesa capace di riproporre la verità del Vangelo agli uomini di oggi, attraverso la lettura dei segni dei tempi e l’animazione di progetti capaci di abitare i linguaggi della storia.

Il discorso, ovviamente, diviene più urgente quando si tratta di suscitare tale sensibilità nei fedeli comuni, i laici, affinché riscoprano la vocazione che li chiama a essere corresponsabili e missionari sul piano del servizio ecclesiale e della testimonianza del Vangelo nel quotidiano.

In questa prospettiva è da leggere l’invito dell’Arcivescovo a dare un muovo impulso alla formazione: «La collaborazione corresponsabile non si improvvisa affatto; al contrario, esige una formazione specifica, per i laici, ma anche per i presbiteri. Si tratta di una formazione che, da un lato, deve essere previa a un impegno diretto nell’ambito pastorale, dall’altro lato nasce come esigenza permanente dallo stesso esercizio concreto di un ministero all’interno di una comunità».

Se un ruolo particolare in ambito formativo dev’essere svolto dall’Azione Cattolica, ècerto che un contributo ulteriore è quello delle Scuole diocesane per operatori pastorali (Sdop), che in quest’ultimo decennio hanno formato una nutrita schiera di laici, la cui presenza assicura un proficuo e insostituibile servizio nelle comunità cristiane come catechisti, operatori nei campi della liturgia, delle opere di carità e della cultura, animatori della pastorale familiare, incaricati per l’ecumenismo e il dialogo.

Poiché l’odierna congiuntura pastorale, soprattutto alla luce delle proiezioni sul futuro ecclesiale a breve termine, lascia prevedere che un profondo rivolgimento interesserà le nostre realtà ecclesiali di base, occorre che le parrocchie e i decanati, sostenuti dagli organismi centrali della Diocesi, si facciano promotori di scuole a formare e abilitare alle diverse forme di ministero nuovi operatori pastorali.

Alla luce di due intuizioni conciliari – «anche i laici hanno compiti propri nell’edificazione della Chiesa» (Apostolicam Actuositatem 25) e «c’è nella Chiesa diversità di ministero ma unità di missione» (Apostolicam Actuositatem 2) – il rilancio delle Sdop può divenire una scelta prudente e coraggiosa in vista di un rinnovato impegno a ripensare e ristrutturare le nostre comunità ecclesiali in un’ottica di “pastorale di insieme”.

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