A 25 anni dalla nascita, il Centro di aiuto alla vita di Erba, tra i più antichi in Italia, assiste in gran parte donne immigrate


Redazione

01/02/2008

di Enrico VIGANÒ

«In questi ultimi anni a rivolgersi al nostro Cav sono per lo più le donne immigrate, anche di religione islamica, e raramente le italiane. Queste ultime sembrano far ricorso con troppa leggerezza all’interruzione della gravidanza». È la denuncia del presidente del Centro di aiuto alla vita di Erba, Antonio Zanetti: «Non perché le madri italiane non abbiano più problemi, ma la sensazione è che li risolvano con la pillola del giorno dopo».

«L’80-90% di quanti si rivolgono al nostro Centro sono immigrate – continua Zanetti -, con difficoltà di ogni genere, ma soprattutto economiche: disoccupate, con altri figli, con il marito pure disoccupato, magari senza casa. Generalmente non sono giovanissime, ma di età intermedia, tra i 25 e i 35 anni. Non rifiutano il figlio, ma vogliono un aiuto per far sì che nasca».

«Molte di loro sono musulmane – interviene Mafalda Ciceri, coordinatrice del Cav – e si rivolgono a noi perché sanno di trovare un sostegno: non guardiamo né il colore della pelle né l’appartenenza religiosa».

Il Cav di Erba, con sede in via Leopardi 16, fu tra i primi a costituirsi in Italia negli anni seguenti l’approvazione della 194, la legge che legalizza l’aborto. A volerlo fu un gruppo di volontari e i sacerdoti dei decanati di Erba e Asso. In 25 anni di attività sono stati evitati un centinaio di aborti e sono state assistite circa 800 partorienti. «Per noi volontari – dice Ciceri – èuna grande soddisfazione sapere che se centinaia di bambini vivono, è anche grazie a noi: ci ripaga di tanti sacrifici. Solo un rammarico: se avessimo più finanziamenti…».

E’ il solito punto dolente: la mancanza di soldi. Il Cav di Erba si regge in gran parte su contributi di privati. Non riceve finanziamenti pubblici dalla Regione o dalla Provincia. Solo 7 o 8 Comuni dell’area erbese offrono un sussidio. E per il resto? «Per il resto ci pensa la Provvidenza – risponde Zanetti -. Un sostegno notevole ci viene dal Progetto Gemma, un’iniziativa che promuove l’adozione prenatale a distanza. In sede esiste un guardaroba per raccogliere i vestiti e i pannolini per i neonati. A Pontelambro abbiamo due monolocali messi a disposizione dal Comune e ristrutturati dal Cav, che mettiamo a disposizione per la pronta accoglienza. Praticamente sono sempre occupati».

Negli anni Ottanta il Cav erbese fu anche uno dei primi in Italia a firmare una convenzione con il consultorio pubblico locale. «Secondo la convenzione – spiega la coordinatrice Ciceri – il consultorio pubblico di Erba avrebbe dovuto informare le donne che intendevano abortire della nostra presenza sul territorio e delle nostre finalità. Una collaborazione, però, che non sempre c’è stata. Decisamente diversa è invece la collaborazione con il Consultorio privato “La Casa”, gestito dai decanati di Erba e di Asso. Con gli operatori de “La Casa” si è creata una tangibile sinergia: oltre ad ospitarci nella loro sede, ci offrono il supporto medico-specialistico».

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