A tre anni dalla morte di papa Wojtyla così Gian Franco Svidercoschi, il vaticanista che ha avuto con il Santo Padre un rapporto privilegiato, ricorda gli anni del pontificato e descrive i cambiamenti della Chiesa


Redazione

02/04/2008

di Lia MANCINI

“Un gesto di affetto spirituale”. Così Gian Franco Svidercoschi definisce la presentazione dell’edizione tascabile di “Una vita con Karol”, il libro da lui realizzato tramite un’intervista con mons. Stanislao Dziwisz. La riedizione del testo è stata presentata nei giorni scorsi a Roma nella basilica di S. Maria in Trastevere con gli interventi del card. Camillo Ruini, Andrea Riccardi e mons. Slawomir Oder, postulatore della causa di beatificazione e canonizzazione di Giovanni Paolo II. Abbiamo rivolto per l’occasione alcune domande a Gian Franco Svidercoschi, uno di più autorevoli vaticanisti che ha avuto un rapporto privilegiato con il Papa polacco.

A tre anni dalla sua scomparsa, quale eredità ha lasciato Giovanni Paolo II?
Come ha detto il successore Giovanni Paolo II ha lasciato una Chiesa più coraggiosa, più libera, più giovane. Una Chiesa che è più riconciliata con se stessa, più evangelica, più legata all’esperienza biblica. Una Chiesa che, uscita dalle dinamiche europee, ha preso in mano la questione dei diritti umani nel mondo. Una Chiesa che ha capito che è possibile evitare il conflitto di civiltà. Parte dell’eredità di Giovanni Paolo II è una realtà ecclesiale più riconciliata con le altre Chiese e con gli ebrei: dopo secoli di divisione, Wojtyla è stato il primo Pontefice ad entrare in una sinagoga e a definire fratelli maggiori gli ebrei.

Con il discorso al Parlamento italiano inoltre, Giovanni Paolo II ha indicato il tipo di rapporto da avere con il mondo laico da basare sul «dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Una Chiesa più giovane nella quale ha avuto rilievo un processo di declericalizzazione in continuità con le disposizioni conciliari. Mi riferisco alla capacità con cui è riuscito ad accogliere e accompagnare i Movimenti dai tempi delle tendenze all’autonomia, attraverso gli anni della comprensione, fino all’evento culminante della cerimonia di Pentecoste del 1998. E poi il contrasto alla misoginia, tale da indurlo a un richiamo nel corso dell’Angelus perché fosse superata questa discriminazione all’interno di certa Chiesa, e dare finalmente spazio al genio femminile.

Dall’incontro di Assisi nel 1986 sono passati oltre venti anni. Cosa pensa dell’impegno interreligioso di Papa Wojtyla?
Il Papa già negli anni Ottanta aveva colto la pericolosità degli estremismi religiosi e delle strumentalizzazioni politiche. Aveva compreso che le religioni hanno la responsabilità di unirsi per prevenire ed evitare i conflitti. La priorità era per lui che l’uomo credesse in Dio, questo l’elemento per procedere insieme, tanto da sentirsi liberamente chiamato a parlare a tutti gli uomini di fede, anche non cristiani, come testimonia l’incontro avvenuto a Casablanca nel 1985 con migliaia di giovani. Così nel rapporto con l’ebraismo con la preghiera al muro del pianto, la visita al museo dell’olocausto per trovare le vie di un impegno comune per la pace. Questo è il cammino che portò ad Assisi. Non è vero che l’allora card. Ratzinger non lo abbia condiviso, anzi quest’anno a Napoli Benedetto XVI ha incontrato i rappresentati religiosi riuniti in quello spirito dalla Comunità di Sant’Egidio. Cosa sarebbe stato il mondo oggi se non ci fosse stato l’incontro di Assisi nel 1986?

Quali sono i tratti più evidenti che identificano la continuità con papa Benedetto?
Molti i punti in comune: entrambi i Papi hanno sperimentato in prima persona la dittatura e la guerra. Entrambi sono stati attivi durante il Concilio Vaticano II come rappresentanti dei rispettivi Paesi. In un contesto conciliare si sono sviluppate le loro attitudini particolari: Karol Wojtyla ha partecipato alla stesura della Gaudium et spes, che lo ha portato ad approfondire il rapporto con il mondo contemporaneo. Joseph Ratzinger ha aderito ai lavori per l’enciclica De Ecclesia, che lo ha portato a coltivare la preoccupazione e l’afflato in particolare per la Chiesa cattolica. Oggi è diverso il contesto sociale di ricezione del messaggio ecclesiale. È più arduo l’incontro con la società, anche se le religioni sembrano tornate protagoniste. Giovanni Paolo II si misurava con una società che aveva espulso Dio, e dove invece dal cuore dell’uomo emergeva la nostalgia di Dio. Oggi vive un degrado per il quale Dio è scomparso dall’animo umano, e Benedetto XVI è dovuto ripartire dalla rieducazione alla fede di fronte al relativismo etico.

Nel Novecento il numero dei martiri è stato maggiore di quello dei primi secoli del cristianesimo. Quale lezione si trae dal magistero di Giovanni Paolo II?
Quello sui martiri è stato un grande capitolo del pontificato di Wojtyla. L’apice è stato la cerimonia del 7 maggio del 2000 al Colosseo, in memoria di coloro che hanno dato la vita per la fede senza differenze di appartenenza. Tra i nomi ricordati volle espressamente che venisse citato mons. Oscar Romero, ucciso mentre celebrava la messa. Quando era andato in Salvador, papa Wojtyla aveva voluto fermamente andare a rendere omaggio alla tomba del vescovo, rivendicandone con forza il martirio cristiano. Un Papa libero dalle strategie, solamente innamorato di Dio.

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