Monsignor Luciano Monari, vescovo di Brescia, ha aperto l'Assemblea sinodale del clero ambrosiano con una meditazione sul tema "In ascolto della Parola di Dio per una Chiesa aperta al futuro". Ad ascoltarlo in Duomo duemila sacerdoti


Redazione

28/10/2008

di Annamaria BRACCINI

Una Chiesa capace di vivere in comunione, offrendo una testimonianza autentica, quotidiana dell’essere, come preti, strumenti di Cristo: «Non dimentichiamo mai che il Signore ha conquistato il nostro cuore con la sua debolezza di gloria, con quell’evento unico nella storia che è la risurrezione, con le sue parole e opere di misericordia, che non passeranno mai».

È un invito a riflettere con coraggio sul proprio ministero sacerdotale, quello che risuona in Duomo – e lungo le navate sono 2000 i preti che lo ascoltano – nelle parole di monsignor Luciano Monari, vescovo di Brescia, che nella celebrazione della Parola presieduta dal cardinale Tettamanzi apre l’Assemblea sinodale del clero ambrosiano con una meditazione dal titolo “In ascolto della Parola di Dio per una Chiesa aperta al futuro”. Predicazione che prende avvio dal Vangelo di Matteo, «nel quale si raccolgono, come in una lente d’ingrandimento, tutti i raggi della vita terrena di Gesù».

«È il Cristo risorto che parla quando nella Chiesa viene annunciato il Vangelo, è Lui che agisce quando vengono celebrati i sacramenti e noi presbiteri siamo solo strumenti perché il Signore parli e faccia crescere la Chiesa. È nel Cristo risorto che sono contenuti tutti i misteri dell’amore e della misericordia di Dio». Da qui ciò che Monari stesso dice «stargli molto a cuore»: «È per trasmettere i suoi gesti umani che Gesù ha bisogno di noi. Siamo mandati a parlare e ad agire in Persona Christi».

Un vivere legati al Signore in cui si sente concretamente «quel “ti amo” di Dio del quale abbiamo bisogno e che da solo giustifica tutta la nostra vocazione, le nostre rinunce, che sostiene tutta la nostra vita nel ministero». Questione centrale, questa, da cui deriva una conseguenza coerente e fondamentale per la vita di ogni prete: «la comunione attiva e gioiosa», perché «non stiamo promuovendo una visione “privata” del mondo e della realtà, ma il nostro presbiterio è un sacramento solo. La comunione è regola inderogabile».

Una Chiesa, quindi, ripete ancora monsignor Monari, nella quale i sacerdoti tra loro sappiano essere uniti, come uno è il Signore: «Ce ne sono forse due di Cristo? – si chiede -. Uno di desta e uno di sinistra? Uno progressista e uno conservatore? Fossimo propagandisti di partito – e pare riflettere a voce alta – potremmo anche permetterci di contrapporci gli uni agli altri, ma se vogliamo essere un sacramento lo possiamo essere solo insieme. Molti sono i segni sacramentali, ma uno solo il sacramento».

Un compito difficile in pratica, non si è nascosto Monari, «perché dobbiamo attualizzare la Parola, non ripetere una lezione, ma illuminare il presente, discernere la volontà di Dio, oggi e qui, e ciò passa attraverso la nostra esperienza, intelligenza e libertà. Non è facile trovare una perfetta concordia, ma non possiamo rinunciarvi».

Dunque, la comunione presbiterale e con il vescovo quale “centro armonizzante”, che è sfida e traguardo, raggiungibile perché il prete è libero, appartenendo solo a Dio, di operare per il bene, fuori da ogni logica di idoli terreni, di un successo tutto mondano che irretisce con il potere, con il denaro, con il successo. E, naturalmente – sottolinea il vescovo di Brescia – questo nodo cruciale suppone una presenza e una testimonianza credibili, come criterio di giudizio da cui nasce un monito preciso.

«Se proclamiamo la libertà di Cristo, ma continuiamo a ragionare in termini di successo e di carriera, se parliamo di amore, ma continuiamo a essere impazienti, intolleranti, cattivi, se parliamo di gioia, ma siamo continuamente crucciati e ci presentiamo come persone risentite, la nostra predicazione non sarà creduta facilmente. Il futuro del nostro ministero, così come delle comunità cristiane, si gioca sull’autenticità di quella vita che riusciamo a suscitare e a vivere».

Insomma, ministri capaci di convincere ogni giorno. Nutriti della Parola che diviene così habitus, una “veste” concreta, interiore ed esteriore, con una consonanza tra ciò che è scritto nel Vangelo e quanto si mette in pratica. Una Parola che è annuncio di risurrezione, che è «tesoro incorruttibile», che ha «valore performativo», che «trasforma, plasma e coinvolge» da comprendere coltivando, come diceva Giuseppe Dossetti, con «castità, povertà, pazienza».

E alla fine, proprio a dire questo cammino condiviso, l’annuncio del cardinale Tettamanzi, che guiderà una nutrita rappresentanza della Chiesa di Milano andando a Roma, mercoledì 12 novembre, per presentare al Papa il nuovo Lezionario ambrosiano.

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