In occasione del mese missionario, abbiamo chiesto a don Ambrogio Cortesi, negli scorsi giorni in Italia per una vacanza, di raccontarci la sua esperienza nella diocesi peruviana di Huacho, che a luglio ha accolto la visita dell'arcivescovo Tettamanzi


Redazione

01/10/2008

di Stefania CECCHETTI

Che la diocesi ambrosiana abbia scelto di incoraggiare il più possibile la vita comunitaria di propri fidei donum a Hacho, Perù, non stupisce affatto chi, come chi scrive, a Huacho c’è stato nell’ormai lontano 1996. Una delle cose che mi colpì di quel viaggio, intrapreso per andare a trovare un amico prete che stava lì, fu proprio la solitudine dei sacerdoti rispetto alla vita che conducono nelle nostre parrocchie diocesane. Territori più ampi, impegni più dispersivi, forse anche una certa barriera di rispetto che fa del prete, soprattutto se straniero, uno con cui non ci si rapporta proprio alla pari. La gente di lì ha molta soggezione dei “gringos”, i bianchi occidentali, lo intuiamo anche dall’umiltà con cui spesso si rivolgono a noi i sudamericani che abitano nel nostro Paese, anche se sono i nostri vicini di casa e genitori dei compagni dei nostri figli.

Don Ambrogio Cortesi, negli scorsi giorni in Italia per una breve vacanza, mi ha raccontato così della sua esperienza di condivisione con don Orazio Antognazzi e don Antonio Colombo, che lavorano con lui nella parrocchia Jesùs divino maestro, e con gli altri sacerdoti e laici che si occupano delle altre comunità dove la chiesa di Milano è presente: Huaura e Barranca: «Sperimentiamo anche qui qualcosa di simile alla pastorale d’insieme e alle comunità che ormai sono diventate ordinarie nella diocesi ambrosiana. Siamo sei preti e cinque laici e dobbiamo coprire più fronti: non solo la vita ordinaria di tre parrocchie ma anche attività parallele, per esempio lo spaccio di medicinali e l’educazione sanitaria, la pastorale universitaria, la gestione di tre doposcuola». Tra i progetti avviati dai sacerdoti milanesi “donati” alla diocesi di Huacho c’è anche l’associazione Tejesol, che produce oggetti di artigianato in giunco offrendo un’occupazione alle donne, le più penalizzate in una società il cui mercato del lavoro è stagnante anche per gli uomini.

E sulla sua personale esperienza di fidei donum, don Ambrogio dice: «È uno stimolo continuo a vivere l’evangelizzazione in un mondo che cambia. La dimensione di scambio tra le Chiese arricchisce entrambi: noi che andiamo e loro che ci accolgono. Del resto la società che muta il proprio volto la tocchiamo con mano anche a Milano. Nella chiesa di Santo Stefano, dove trova posto la comunità sudamericana, nella celebrazione della domenica siamo intorno alle 2000 presenze».

Quella dei fidei donum è una condizione particolare: non sono missionari, ma sacerdoti ambrosiani che vengono appunto momentaneamente “donati” nella fede a diocesi gemelle. Lo ha ribadito anche il cardinal Tettamanzi, nella sua visita a Huacho lo scorso luglio per celebrare i 50 anni della diocesi peruviana, come racconta don Ambrogio: «A noi sacerdoti è chiesta la radicalità nel partire, ma anche la disponibilità a tornare e a riprendere l’impegno nella nostra diocesi ambrosiana». Cosa non facile, possiamo immaginare, radicarsi e sradicarsi da un contesto nel giro di qualche anno.

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